Archivio mensile:febbraio 2010

Jeremy Scott: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a cucire.

di Chiara Berton

Jeremy Scott è un tipo chiassoso; ma non il classico chiassoso bimbo minchia che ti alzeresti a prendere a schiaffi davanti a tutti. No, Jeremy Scott ha più stile. Per dirla in tono gore, Jeremy Scott ti pianterebbe nelle cervella la sua concezione artistica  prima ancora che tu possa pensare di alzarti da quel fottuto seggiolino. 

E allora chi cazzo è ‘sto di Jeremy Scott?

Jeremy Scott è nato a Kansas City;  ha frequentato il Pratt Institute di Brooklyn; ha iniziato la sua carriera a Parigi; e bla bla bla.

Per me invece Jeremy Scott è lo stilista più geniale degli ultimi dieci anni. Se il risultato più grande che può raggiungere un designer oggi è quello di essere immediatamente riconoscibile attraverso le proprie creazioni, allora lui era un passo avanti a tutti gli altri già dall’inizio.

Il file rouge delle sue invenzioni è sempre lo stesso: fantasia e molta, molta ironia (indimenticabile la linea anticonvenzionale  Food Fight, dedicata al fast food e le Mouse Trap e Right to bear arms, rispettivamente parodie di Topolino e de Gli Orsetti del Cuore). Non sbagliate se vedete in Scott un po’ di Warhol;  la filosofia è la stessa: toccare la vita degli altri parlando di cose comprensibili a tutti. Soltanto, in modo ancora più fragoroso, ultrapop.

Jeremy guarda oltre l’alta moda, biasima  i colleghi che realizzano abiti irreali e troppo costosi (alla facciazza di Karl Lagerfeld che lo vorrebbe come suo successore) per la gente comune, e sforna  la nuova collezione per Adidas Original. Modelli dal carattere rumoroso ma mai pacchiano, ispirati alle grandi rockstar che si esibivano con abiti dal gusto teatrale  ma  al contempo comodi e sportivi per potersi lanciare da una parte all’altra del palco con addosso una quantità non trascurabile di liquido sudoriparo. E allora via a scarpette a mo’ di Mercurio, felpe cavernicole con tanto di leopardo (finto) in testa, maglie con stampe oldschool e tanto colorate!

Jeremy Scott, d’altronde, me lo immagino così: un mohicano saltellante che con un bazooka spara sulla folla mille e mille colori.

La febbre del 3D colpisce anche Cheap Monday

di Chiara Berton

Il 2009 è un anno di sconvolgimenti per la maison svedese: acquisita una nuova direttrice creativa – la designer (sempre svedese) Ann Sofie Back – è subito pronta la prima collezione eyewear del marchio.

Si chiama Cheap Monday Clairvoyant ed è supportata da una campagna marketing tridimensionale dal tema Open your third eye, alla quale è dedicata un’intera pagina sul sito cheapmonday.com (ovviamente visibile solo con appositi occhialini che potrete acquistare negli store!).

Creata in collaborazione con Flo Scandinavia la serie presenta sedici modelli (undici in acetato e cinque in metallo) dai colori smorzati e grunge (nero, grigio, miele, tartaruga), decisamente ispirati al gusto retrò e vintage, ai quali sono stati dati nomi di famosi romanzi come The darkness that comes before di Bakker, The colour out of space di Lovecraft o Blindness di Saramago.

E’ inoltre stata creata una nuova versione, stampata su ogni montatura, dello storico teschio Cheap Monday, con un terzo occhio al posto della famosa croce rovesciata. Inoltre ogni lente presenta la dicitura över min dödu kropp, che in svedese significa: dovrai passare sul mio cadavere (?).

La politica democratica rimane la stessa: i modelli vengono venduti a 35$ al paio, ma sfortunatamente sono in vendita 400 negozi scandinavi. L’arrivo in Italia è previsto per la fine del 2010: un successo già annunciato.

Cheap Monday-Clairvoyant

Trainspotting night @arciTunnel (RE)

L’ultimo giorno della merla a Reggio Emilia si danza; ma non è una danza qualsiasi: è serata Temporock, quindi la danza è techno, è electro, è Novanta, e per inciso il mangiafuoco della serata è Darren Emerson, o Darren Price, o Priceless, o come vi pare. Niente di nuovo? Allora nomino un film cult: Trainspotting; la sua colonna sonora: Born slippy.NUXX; e la band che la compose: Underworld.

Darren Price diventa terzo membro del gruppo inglese nel 1990 (poco tempo più tardi vedranno il successo grazie appunto al lungometraggio tratto dal romanzo di Irvine Welsh) per poi intraprendere a fine anni Novanta la carriera solista e creare la propria etichetta (la Global Underground, ndr). I suoi ricercati remix vengono scelti da mostri come Chemical Brothers e  Björk, e ben presto si guadagna le copertine di giornali specializzati e serate al Pacha di Ibiza.

Ma stasera non siamo al Pacha; questa sera siamo al Tunnel di Reggio Emilia, un capannone disperso nella zona industriale della città. E’ l’una di notte ed è più il tempo che ci metto a svolgere la debita burocrazia (nuova tessera arci € 12+ entrata senza consumazione € 10) che quello per far la fila ed entrare. Il locale non è pieno ma la gente è accalcata e l’umidità si fa sentire, in compenso il prefabbricato organizzato in modo intelligente (diversamente da molti locali stipati in capannoni) e con un ampia pista da ballo. Il pre-serata passa in rassegna la compilation con le migliori hit di FIFA 2000 e le strobo cominciano a farsi sempre più aggressive. Inizia lo spettacolo.

Price sal sul palco in tenuta casual, un’ovazione, ma neanche tanto entusiasmo per uno degli iniziatori dell’elettronica d’Oltremanica. Con un pezzo ipnotico la notte comincia veloce, le luci proiettano danzatrici ipnotizzanti, il codice di Matrix, Pac-man che si ingozza e scappa dai fantasmini, tante farfalline e New York.

Price guarda il pubblico che si scatena dandogli le spalle; la maggior parte che sì, c’era negli anni Novanta, ma avrà avuto 10 anni quando Trainspotting uscì e quando lui, gli Underworld e tutto il resto dell’elettronica impazzavano. E quindi questo non è più un concerto, non è altro che un revival con roba che non è più di moda, ma che fa figo anche se non è generazionale stasera. Perciò è meglio scegliere un altro disco, e un altro e un altro ancora.    

L’effetto fumo mi spinge a guardare fuori dalla finestra: nevica. In effetti è l’ultimo giorno della merla.

Darren Price, pic by Google