Archivio mensile:marzo 2010

Chameleon Assault: meglio giocare alla guerra che fare la guerra per gioco!

Ho sentito parlare del Softair come di un insulso divertimento, amorale e privo di senso etico. Gli appassionati? Niente meno che dei fautori di violenza.

Mi sono chiesta se realmente fosse quella la perversa verità e così ho chiamato in causa i Chameleon Assault, una squadra softair di Mantova, per chiarire alcuni punti salienti e parlare di questo sport ancora semi-sconosciuto. Loro hanno colto l’occasione e si sono presentati in massa, pronti a sfatare assurdi pregiudizi e anche a togliersi qualche soddisfazione!

Quando è iniziata questa passione per il Softair?

«Tutto è nato tre anni e mezzo fa, praticavamo softair come passatempo insieme ad un gruppo di Piadena; inizialmente eravamo solo in sei, ma pian piano siamo cresciuti fino ad arrivare a quindici componenti, così abbiamo deciso di far le cose seriamente iscriverci al Coni per poter partecipare ai tornei e per assegnare onore e prestigio alla squadra!

La squadra è composta da ragazzi della zona (San Martino, Belforte, San Michele, Marcaria, San Giovanni, Bozzolo e Remedello), ma ci teniamo a precisare che la sede è a San Martino dall’Argine!»

 Come si svolgono allenamenti e partite?

«Gli allenamenti si riducono a partite amichevoli della domenica, ma non per questo si può considerare il Softair  uno sport leggero, anzi, correre con un peso alquanto notevole addosso  è un ottimo esercizio! Abbiamo girato il nord Italia e la Toscana, ma la partita migliore l’abbiamo giocata a La Spezia  con i Special Troops (i coordinatori Softair della regione Liguria), gente molto simpatica e alla mano … ci hanno anche lasciato una targa come ricordo dell’amichevole!

Per quanto riguarda i tornei domani affronteremo il nostro primo ufficiale: il “Caccia alla volpe 5” in provincia di Varese.»

 Quali sono le regole principali?

«Le regole fondamentali sono poche:  la prima riguarda la potenza del fucile che deve rientrare nella categoria di “giocattolo” (0,99 Joule di potenza) , la seconda è il metodo di gioco, se vieni colpito ti devi mettere in disparte, la bellezza di questo sport sta anche nell’onestà dei giocatori (comunque per essere sicuri  esistono un caschetto e una pettorina che appena colpiti suonano, ma vengono utilizzati di rado)!

Quando prepariamo delle partite dobbiamo inoltre avvertire gli enti  proprietari del terreno, più che altro per avvisare della nostra presenza ed evitare spiacevoli inconvenienti dato che è un divertimento mal visto dalla gente … ci pensano dei visionari di guerra. Con i guardia caccia all’inizio abbiamo avuto dei problemi, pensavano potessimo ostacolare la nidificazione o la quiete del parco dove giocavamo, quando a cento metri di distanza c’era gente con quad e motocross, per non parlare poi dei cacciatori! Teniamo a precisare che il softair si svolge in silenzio e soprattutto non  prevede neanche involontariamente  l’uccisione di animali dato che  non si spara in aria e i proiettili non recano alcun danno fisico oltre che all’ambiente (sono infatti biodegradabili).»

Che tipo di attrezzatura serve e quali sono i costi?

«La prima volta siamo andati ad informarci in un negozio che vendeva un’unica marca (la migliore in commercio) e le cifre erano da capogiro (400 € per un fucile SG)… ai tempi eravamo tutti studenti e la cosa ci ha demoralizzati un po’. Fortunatamente abbiamo trovato delle sottomarche uguali ma cinesi che costavano un terzo degli originali, ovviamente con opportune modifiche siamo arrivati a possedere armi con prestazioni migliori allo stesso prezzo di quelle di marca (il tutto grazie ai nostri meccanici nottambuli Emanuele e Mattia)!

Per poter giocare servirebbe solo una tuta mimetica, un fucile e una maschera; ma come qualsiasi passione diventa poi una droga e quindi qualsiasi stronzata che trovi (radio, carte, bussola, ecc.) vorresti comprarla! Noi per la gara di domani ci siamo regalati un GPS…

L’attrezzatura è differenziata anche in base al ruolo di ognuno (cecchino, mitragliere, granatiere, ricognitore, assaltatore, e in alcuni casi anche il medico detto anche cacasotto che con il suo tocco rimette in partita chi viene colpito), come in un plotone vero e proprio!»

 A chi consigliate questo sport?

«Alle ragazze (soprattutto se si uniscono a noi),  perché rende pratiche e scanta fuori! Insegna a darsi una mossa, a essere dinamici, praticamente è come giocare a scacchi in velocità! Comunque apriamo una parentesi sulle donne nel softair: ce ne sono e hanno i contro coglioni!»

La domanda che sorgerebbe spontanea a un estraneo sarebbe “ma perchè non arruolarsi allora?”.

«Perché abbiamo un lavoro e comunque è un’altra ottica: noi lo facciamo per divertirci, non per ammazzare! Chiunque da piccolo ha giocato a guardie e ladri, se fosse stato inventato cento anni fa sarebbe uno sport olimpionico adesso, e forse prendere  a calci un pallone sarebbe da deficienti!»

 Concludo con una frase di Raffaele che racchiude in sè l’essenza di questo sport e riassume ciò che in un venerdì sera, tra una birra e l’altra,  questi affabili ragazzoni hanno cercato di spiegarmi:

«Meglio giocare alla guerra che fare la guerra per gioco»

 
 

La squadra durante un'esercitazione.

Hanno partecipato all’intervista : Matteo Cozzani, Chaos (presidente); Mattia Bocchi, Coyote (vicepresidente); Raffaele Caporale, Jester (segretario); Enrico Garaboldi, Rook; Alessio Baruffi, Rebel; Eirik De Biasi, Coco Bill; Emanuele Gandolfi, Kratos.

Per info visitate il loro gruppo su Facebook oppure fare un giro nella sede legale presso l’ Autofficina Bocchi Albino in via 1° Maggio, 15 a San Martino dall’Argine (MN).

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IL TEMPOROCK TORNA A CASA!

Quasi non ci si credeva quando le voci dello sfratto furono confermate. Lo scorso anno chiudeva i battenti uno dei più famosi ed emblematici locali rock del nord Italia: orde di giovani e meno giovani si chiedevano se anche per il Tempo fosse giunta l’ora di abbandonare il campo; definitivamente. La stagione invernale cominciava e i locali concorrenti si arricchivano; la gente passava la notte, ma mai nessuno si è dimenticato di lui.

Il Tempo aveva bisogno di ristabilire la sua dimora; è per questo che domani sera sarà una celebrazione la nostra: la festa a un vecchio amico che è tornato a casa dopo un lungo viaggio. Come una grande famiglia, finalmente riunita sotto lo stesso tetto, canteremo e staremo zitti allo stesso modo pe ricordare quanto sia importante questo evento. Alzeremo i calici per chi non c’è più e chi ci sarà, ricordando che tutto, o almeno qualcosa, è partito da qua.

Dobbiamo essere fieri di far parte della tribù che lo popola, non un circolo esclusivo, ma soltanto tanta voglia di rock.

Brindiamo al Temporock, e domani, tutti ci stringeremo in un solo abbraccio per ricordarci che la nostra vita è questa e non ce la porteranno mai via. Lunga, lunga vita al Temporock!

   

UN GIORNO CON LA BAND: Burning Like Torches.

di Chiara Berton

Una volta si chiamavano Gorna  (come la corte di campagna di Reggiolo dove suonano ndr), facevano del punk ed erano abbastanza conosciuti; poi si sono chiusi in sala prove per qualche tempo, hanno sperimentato rocamboleschi cambi di formazione ed esplorato svariate correnti musicali fino ad approdare all’hardcore; e all’ultimo e definitivo stadio della loro metamorfosi: i Burning Like Torches.

Ho fatto due chiacchiere con Roberto, ex bassista dei Gorna e nuovo cantante dei BLT, che mi ha raccontato il percorso musicale del gruppo e la loro filosofia:

«Lorenzo e Stefano (batteria e chitarra) hanno fondato i Gorna nel 2004 assieme ad altri ragazzi che ora non suonano più, le sonorità erano molto diverse da quelle attuali, erano ispirate al punk. Crescendo abbiamo iniziato ad ascoltare gruppi di matrice più sperimentale e progressive come The Mars Volta, Verdena, Queens Of The Stone Age, Pink Floyd. Intanto Stefano è passato dalla tromba alla chitarra ed Elena (la tastierista)ha lasciato il gruppo; nonostante tutto abbiamo cominciato a fare concerti nella zona finché Davide, l’allora cantante, non ha abbandonato la band. Da lì io, Lorenzo, Stefano e il nuovo bassista Nicolò abbiamo deciso di comporre un album ispirato alla scena screamo e hardcore-metal, seguendo semplicemente i nostri gusti, senza pensare all’impatto che avrebbe avuto sul pubblico.»

Non avete paura di cadere nella banalità scegliendo un genere che è molto quotato nelle nostre zone?

«Cadere nella banalità è molto facile. È difficile proporre qualcosa che non sia già stato sperimentato, ma pensiamo che il nostro modo di fare musica si discosti da quello di molti gruppi più o meno rappresentativi di questo genere.»

Secondo Gino Castaldo, critico de La Repubblica e docente universitario di storia del rock, «la musica contemporanea è sterilizzata, non produce più nulla, nessun nuovo modello culturale. È emulazione di sé stessa. Puro mercato», cosa ne pensate?

«Si può dire che la musica di adesso sia molto influenzata dal mercato, e anche fine a sé stessa, ma solo se ci si limita a considerare la corrente principale: è anche questa la causa del soffocamento dei nuovi generi, che implicano un investimento rischioso e quindi no sono oggetto di attenzioni da parte di chi produce e promuove musica.»

Myspace ha segnato la fortuna di molti artisti emergenti, ma con l’avvento di Facebook, Twitter e simili il concetto di band si è ridotto ad essere un unico, grande cartellone pubblicitario nel quale si dà molta importanza all’impatto visivo sul pubblico, a discapito di quello musicale. Oggi sono indispensabili queste tecnologie?

«È innegabile che l’uso di questi social network sia un canale importante per la promozione di tutti quei gruppi che non hanno la possibilità di farsi notare attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Questi siti riflettono però una visione distorta delle reali qualità delle band. Molte pagine di artisti semi-sconosciuti appaiono del tutto simile a quelle di star internazionali: l’aspetto positivo è che si riduce il divario di visibilità fra chi è già famoso e che emerge, mentre l’aspetto negativo è che possono apparire come affermati anche gruppi non meritevoli.»

Ora passiamo a cose meno complicate: com’è il rapporto nel gruppo? Dacci le tre regole per andare d’amore e d’accordo.

«Noi quattro prima di tutto siamo grandi amici, condividiamo molto tempo insieme anche  fuori dalla sala prove. Le tre regole principali che ci uniscono sono il rispetto reciproco, l’impegno costante e condiviso e la capacità di scherzare al momento giusto.»

Avete concerti in previsione?

«Per ora stiamo ultimando la preparazione per i live, ma contiamo di riprendere ad esibirci dal vivo tra marzo e aprile.»

Mogol Bordello si occupa della  glocalizzazione della Bassa; il nostro territorio offre possibilità di farsi notare? Il pubblico reagisce bene o in qualche modo è restio?

«Per farsi notare c’è bisogno di molto impegno e intraprendenza: è importante conoscere i gruppi della zona e stringere amicizia con loro, aiutarsi a vicenda. Il nostro genere non si presta molto a locali che prediligono musica leggera, dove per lo più suonano cover band anni Ottanta, mentre le maggiori possibilità sono offerte da locali come circoli ARCI e rock club  dove talvolta si svolgono anche festival dedicati al genere.

Per quanto riguarda il pubblico il discorso è abbastanza analogo: le persone appassionate del genere assistono volentieri e a volte vanno proprio alla ricerca di gruppi emergenti, mentre chi in un certo senso ne è estraneo non si interessa neanche.»

I Burning Like Torches hanno autoprodotto l’EP Gravelights, contenente tre tracce (If I die; The discord between two parts of the same I; Dry clouds above visions), due delle quali sono ascoltabili sul loro profilo myspace.

I BLT nella Gorna. Da sinistra Stefano, Roberto, Lorenzo e Nicolò.