Archivio mensile:settembre 2011

Ma tu non li vedi gli orsi ballare?

Brevissima introduzione tipo inizio anno accademico:

Inutile nascondere il periodo di merda che è stato.

Se vengono a mancare le spinte motivazionali e i legami più forti saltano come i nervi, nemmeno un viaggio lontano chilometri e chilometri da casa serve a rigenerarti. Ti fa sentire solo più codardo e abbandonato.

Forse questo non è il momento (forse nemmeno il modo) giusto per rialzarsi. Probabilmente se avessimo lasciato fare al tempo i muscoli delle gambe si sarebbero atrofizzati e tutto quello che abbiamo costruito avrebbe riposato dietro la fitta ragnatela che stava già iniziando a posarsi su di noi.

Questo blog è sempre stato una grande famiglia, e anche voi, lettori, che lo vogliate o meno, ne entrate a far parte e ci rimanete sotto, magari, come quei quattro poverelli che ci scrivono ogni tanto.

Con un po’ di collera e malinconia vi annunciamo che Mogol Bordello è tornato a camminare! Più sporco di prima. Cadremo più volte, ma avremo lo sguardo sempre alto verso l’orizzonte.

Definiteci incapaci e malati, gente che lavora gratuitamente per arricchirne altra. Più le cose andranno storte e più il filo che ci tira si irrobustirà.  

 

Questa stagione parte in netto ritardo ma con un nuovo amico. Scrive tutto strano e quando gli abbiamo chiesto di raccontarci la Bassa lui ci ha parlato di orsi. Notevole, no?

Lasciatevi centrifugare. Ma se non siete ben disposti chiudete ora questa pagina.

Si chiama Gorni e ne sentirete spesso parlare.

Testo di Gorni.

«Ecco, immaginati questo: un orso che balla.

Immagina un orso che balla, no. Non è un orso tipo quelli che vedi nei film ballare al circo, no. Non è un orso tipo quelli. Immagina. È un orso che balla.

Immagina questo: di camminare in montagna.

Un orso che balla. Di vedere un orso che balla. Naturale, no. Ma balla. Un cristo di orso che balla sulle montagne e sui prati, sulle città e sulle pianure che sono, sul fiume e sui villaggi che non si chiamano più così.

(La scena è più o meno questa, la scena vista da qualcuno che la immagina così).

Allora ti fermi a guardare quell’orso che balla, tutti si fermerebbero a guardare un orso che balla. Bello, no. Non è bello, ma balla. Ecco allora che tutti stanno lì a guardare quel cristo di orso che balla.

Il bello è che nella scena c’è pieno di orsi che ballano, un’ infinita orgia di pelosi ballerini. Fissa.

Tutti si fissano, colla, no. Ovunque ti giri c’è una danza di orsi che ti tiene bloccato. Ninna nanna micidiale. Guardali: immobili ad applaudire, bava sulle bocche. Ognuno ha un orso che balla. Ovunque ti giri, qui puoi trovare il tuo orso che balla.

Balla ballerino, è sempre così. Uno, due. Ti riempie talmente tanto che ci si rimane, fissa. Quel che ti prende e ti induce a ballare con lui, da lui, in lui. Ti strappa. La macabra danza dell’accontentarsi, ipnosi. Da quando ricordo di ricordare, ho sempre visto tutti ballare con gli orsi. Le persone invecchiavano, gli orsi no. Happiness, no, era già vecchio quando io ero cucciolo.

Il fatto è che fondamentalmente non deve esser per forza un orso. Potrebbe essere qualsiasi cosa, un luogo comune di popolar dominio, un delfino forse, un palazzo di due piani. Il tu che non esisti che ti fa felice, che ti appaga a tal punto da non volerlo creare più. La scena danza nella tua testa. La testa danza e non da sola si riduce a quello che vorrebbe essere. Solo qualche metro. Il fatto è che lui è lì. Tu, no. Ma ti dice: «Ehi, baby»!

Ecco, creazione di appagamento, questo è il male. Questo è un orso.

Rilassamento, gratificazione, estasi. Trance.

Tutto qui. Naturale, no.

Dovresti ricominciare a camminare.

Per scappare bisogna aver fantasia».

(se sei curioso questo è il suo blog http://cimitero.wordpress.com/)

(Diane Arbus – Identical Twins, 1967)

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