Archivio mensile:dicembre 2011

Anche la Bassa nebbiosa is Ready for the Sun

di Valeria Borelli

Prima dell’ibernazione natalizia vorrei introdurvi ad un rock solare che partendo da un ricco background emerge dalla Bassa mantovana, che più bassa non si può: gli EyesAnHour, c’est-à-dire Lu a voce e tastiere, Anvio a chitarre e seconde voci, Blackstuff alle chitarre, Caso a basso e seconde voci, Davide alla batteria.

L’esperienza EaH nasce nel 2010, ma qui il flashback è necessario: la prima formazione risale agli inizi del 2009, in quel di Parma. Lu, Davide e Caso – che già suonavano insieme appassionatamente dai giorni dei primi baffetti matti all’età di quindici anni – con l’aggiunta di Anvio si trovavano in un monolocale, cuffie alla mano, arrangiavano pezzi. Lu aveva dei pezzi in cantiere che non voleva però destinare all’ambito cantautoriale: su questa base iniziano a prendere forma i primi brani EaH.

Questo flashback deve tenere conto però del ruolo di Babbo Natale, lungimirante uomo baffuto, che dieci anni or sono regalò una bella chitarra fiammante al Caso. Da allora due cose sono cambiate: iniziano le prime strimpellate selvagge del Caso; Babbo Natale esiste.

Tornando al 2010, prende vita la  forma embrionale degli EaH a cui si affianca in una prima fase Marcello Pagani in qualità di supervisore e orecchio esterno. Una seconda fase, invece, in cui si definisce l’identità sonora EaH, con l’entrata in scena di un nuovo orecchio esterno al posto di Marcello: il registratore portatile – che era presente il giorno dell’intervista, lo ricordo come un orecchio puntuale, silenzioso, affilato.

Il 2011 segna la grande svolta EaH: il primo approccio in studio di registrazione, da cui prenderà vita nel novembre 2011 l’EP Ready For The Sun e la grande entrata in scena di Blackstuff alle chitarre, in seguito alla quale Lu decide di dedicarsi a voce e tastiere dando così modo agli EaH di trovare il quinto uomo e un suono pieno, energico, vulcanico.

Ora, però, a tu per tu con i maschioni.

Il nome? Cosa mi dite del nome?

Abbiamo suonato per molto tempo in anonimato. Poi grazie all’arte oratoria di quel prodigio di Anvio e ai suoi tragici giochi di parole è nato EyesAnHour – che per chi non avesse ancora colto è il neo-anglicismo fantasioso di Eisenhower-.

So che avete iniziato a suonare nella Bassa (Parma, Mantova, Cremona) e vi siete poi spinti più in là.

Il più grande ostacolo è stata la presenza di locali che, come si sa, sono timidi a far suonare pezzi propri, preferiscono pubblico assicurato proponendo le classiche tribute band. Noi però abbiamo continuato ad auto-promuoverci sia in locali della zona sia in alcuni festival -primi fra tutti Sabbio Summer Rock a Sabbioneta e Watchout Festival di Viadana, entrambi nel mantovano- per avere continuità dal vivo. Inoltre, abbiamo da subito sfruttato l’opportunità dei concorsi gratuiti per allargare gli orizzonti: qui si collocano le esperienze dal vivo di Aulla, Forlì, Bologna. Insomma, per riassumere “Abbiamo cercato di uscire dal nostro brodo”.

Arriviamo a Ready For The Sun, il vostro EP da poco uscito.

Premessa: abbiamo le mani da palco, il cd è registrato dal vivo con solo mixaggio in studio.

Ad inizio 2011, prima dell’entrata in scena di Blackstuff nella formazione EaH, ci siamo recati al Taverna Studio nelle colline bresciane vicino ad Iseo, “come le giovani marmotte”. È stata la nostra prima esperienza in studio: si gode perché hai la testa lì e basta. Alcuni cambiamenti ai pezzi sono stati apportati proprio lì in studio. -“Era tutto molto intimo” dicono ammiccanti con le braccia conserte-

Per quanto riguarda i testi ci basiamo sulla prima stesura del Lu e poi ne discutiamo insieme, vogliamo essere provocatori, anche le poche volte che parliamo d’amore. Vogliamo scatenare idee, consensi e dissensi, a questo proposito presto sul nostro sito http://www.eyesanhour.com/ apriremo uno spazio dedicato al dibattito con il pubblico. Ah, sul sito c’è la possibilità di ascoltare i pezzi in streaming. Stay tuned.

Altri contatti utili:
info@eyesanhour.com
http://twitter.com/EyesAnHour
http://www.facebook.com/eyesanhour

Ora non vi resta che ascoltarli il 30/12 allo showcase per presentare l’uscita dell’EP al Pub Fuori Porta di Casalmaggiore (CR) e il 02/03 al Latte Più di Brescia.

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Il parere di Gorni

Puntata del 29 ottobre di Che Tempo Che Fa. Uno che si paga da vivere vendendo romanzi ci vuole spiegare a perché la gente ha bisogno di scrivere (qui il video). Volevamo sentire anche il parere di Gorni.

di Gorni

“Più o meno la domanda è «Perché scrivi»?
E mi fanno vedere un video. (Dal minuto 9 però, che prima è brutto)

Prima reazione.
Primo piano, con un taglio di 3 quarti, un volto illuminato dalla luce blu dello schermo in una stanza buia che non lascia intravedere altro che i suoi occhi non del tutto aperti e una bocca senza espressione.

Boh.

(già è bello cominciare con questa parola, go!)

Io non credo di scrivere, credo di scrivere.
Nel senso, capisci dove voglio arrivare? Dico. Io non scrivo, credo di scrivere. Ok? Tipo che è più un muovere a ritmo le dita sulla tastiera e sfornare qualcosa. Ma non è una cosa triste o anti bla bla bla e che è quasi. Preferisco farlo al buio (e non ho una buona calligrafia). Non so come Mr. Video definirebbe quello che faccio. Cioè, come se mai gliene potesse fregare. Tipo come se davvero credi che potrebbe tener in mano qualcosa di tuo (che poi non è vero perchè la mia stampante non funziona ma la sua forse sì, spero per lui, diciamo). Penso che se mai in un altro mondo mi leggesse potrebbe definirmi con qualche parolaccia o con qualche silenzio strano. Non imbarazzante ma silenzioso quanto basta per non dire niente per qualche minuto. Per dirti. O magari direbbe qualcosa, ma qualcosa tipo quando. Cioè, anche mia nonna mi diceva che ero bravo a colorare dentro i bordi, perchè va fatto. Capiscimi. E credimi che non è abuso di modestia o finzione ma quasi alla realtà.

«…quando voi scrivete cominciate a farlo per infilzare qualcuno…fantasmi propri…» Dice.

Credo sia vero, cioè no. I fantasmi propri. Non ho mai abbastanza creduto nei fantasmi. Forse da piccolo, quando abitavo ancora in quel cascinale, al buio e in mezzo ai campi. Ma ripensandoci non erano fantasmi, con più probabilità di non errore potremmo definirle paure. Credo sia vero, insomma. Cioè non ci voleva a dirlo (tipo tagliamo le frasi per renderle). Diciamo che sono quasi felice di dire che è bello infilzarmi attraverso la gente che legge quello che magari non vorrei che nessuno leggesse ma fai apposta a farlo leggere. Cristo, io penso che tu sia stupido/contorto allora (disse lui a se stesso, e per lui non intendo lui).
Poi continuo a guardare e mi chiede, cioè si chiede che cosa sto inseguendo. E mi tocca quasi ridere. Cioè nel senso. Non penso niente. Però è buffo perché non lo so. Ma quasi vorrei saperlo. Magari lui lo sa, per lui io non credo di saperlo. Cioè. Dovrebbe essere il suo lavoro quindi è anche giusto. Boh è bello riempire le righe vuote di vuoto, buttarci dentro qualcosa di strano tanto per alimentare i dubbi che tanto non ci sono, no.
Cristo, è quasi bello, cioè rispetto amico. Ma non puoi dirmi queste cose da uno schermo e dall’altro ieri. Non sono il tipo, scusami. Perchè poi guardarti sul PC è come se te fossi lì a parlar da solo e io non potrei sentirmi chiamato in causa, capisci? (fatti mille discorsi in testa, carissimo, disse ancora lui che non era lui) Scrivere. Che cos’è? Tirare con l’arco. Quasi. Secondo me no. E’ più come fare casino di notte su una tastiera perchè sei da solo e non puoi parlare da solo. Credo.

Allora, diciamo che per concludere.
Quasi tutto questo è quasi bello, cioè ok. Il fatto di scrivere è una cosa molto ampia che nemmeno le mie dita saprebbero spiegarti e, senz’offesa, non penso che tu riesca a dirmelo dal passato delle tue apparizioni televisive. Quindi potremmo dire che tutto questo, per dirti perché o per come o perchi lo faccio. Prorpiamente tutto quello che sta sopra questa riga (ma anche sotto, consolati che il sopra è molto più del sotto) è quasi il nulla che dice tutto. O un mille parole per dirne zero, o al massimo una manciata. Figo, no, non credo ma è ok dai.
Non vorrei mai che lo leggesse. Poi diciamo che il suo sorriso non mi piace, è quasi come per dire «Io».Ma chi sono io per dirlo? Cioè scusami, è che più di così.
Sarebbe che viverci è bello, e quasi ti invidierei, ma non mi piacerebbe più di così (credo o magari no, magari l’indifferenza è solamente un’altra forma o magari no).

E’ tutto quasi complicato che sarebbe difficile parlarne anche con me stesso e ridi che devo scriverlo. Che bellezza. Quindi apposto, potremmo cogliere l’occasione per creare una linea diretta con Gorni, tipo un numero verde. Ovviamente a pagamento o un buco dove mi scrivi e io ti rispondo. Alimentatemi, insomma. Ma meglio di no, diciamo che forse no che 24 non sono abbastanza per vivere a pieno. Va beh, non divaghiamo. Ok.

«Perchè scrivi? Perchè lo fai? Cosa fai? (e tuttte le domande del caso)»

Più o meno boh.

(Mi prendo ancora qualche riga. Penso che infine, se me lo concedete)
Credo. Dovrei fare una lista di nomi tipo quelle che fai prima di andare a far la spesa. Riempire di nomi uno sotto l’altro ma non secondo l’importanza propria, più o meno a caso tipo in base a quello che manca in casa.
Dovrei ringraziare tutti quelli che più o meno mi sopportano, supportano, stimolano, odiano, amano (?), ispirano, istingano, tuttelealtreparolechetivengonoinmente (scrittorialmente parlando).
Dovrei e credo che lo farò. Forse adesso, dopo oggi o forse già lo feci.

Ciao, insomma.

(Ecco, per creare sinfonie con i ticchettii dei tasti nel silenzio del buio, fondamentalmente)”

Cindy Sherman, Untitled #172, 1987

StrawDaze, folk punk da Asola

di Giovanni Baracchi e Luca Bozzoli

Da Asola e dintorni, sono sei giovanotti sulla ventina gli Strawdaze. Sono ormai tre anni che girovagano tra la nebbia della nostra pianura proponendo il loro punk dalle tinte folk molto incazzato e molto personale. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con tre dei loro componenti: Marco il banjista del gruppo, Carlo il bassista, e Mirko, il cantante – pifferaio magico.

I cappelli di paglia vanno in città, dalle cover dei primi concerti alla produzione propria marchiata folk-punk: cosa vi ha spinto in questa direzione? 

Inizialmente non avevamo un genere, suonavamo cover di band che ci piacevano, poi ci siamo avvicinati sempre più al punk-rock: dai Sex Pistols e The Clash, ai Punkreas e Peter Punk. Dopo vari concerti, un po’ per caso, abbiamo deciso di eseguire una canzone dove Mirko suonava un flauto irlandese (tin whistle). Capimmo immediatamente che l’unione tra ritmi punk e melodie folk era un terreno da esplorare. Così nel 2011 abbiamo iniziato a scrivere musica nostra, una cosa a cui puntavamo da sempre, ispirandoci appunto al genere folk-punk.

In generale provenite dall’Irish punk, quali sono le vostre principali influenze?

Beh, ciascuno di noi ha influenze diverse: c’è chi ascolta hard rock, chi ascolta metal, persino chi ascolta crossover, ska, reggae ecc. Diciamo che un po’ tutti i generi e gli artisti che ci piacciono ascoltare ci condizionano in qualche modo quando scriviamo le nostre canzoni. Per quanto riguarda l’Irish-punk sicuramente Dropkick Murphys e Flogging Molly sono i gruppi a cui ci ispiriamo maggiormente. C’è poi da dire che in realtà non ci definiamo una band Irish-punk, in quanto di irish in sostanza abbiamo ben poco (non abbiamo canzoni tradizionali in repertorio e cantiamo in italiano).

Che strumenti tipici folk preferite usare? 

I due strumenti folk che utilizziamo sono il tin whistle e il banjo. In futuro ci piacerebbe includere altri strumenti come la cornamusa, il mandolino, il violino e l’ukulele. Quest’ultimi due li abbiamo già utilizzati come accompagnamento per un pezzo acustico.

Come nasce una canzone degli StrawDaze? Chi si occupa dei testi, chi dell’arrangiamento?

Tutto incomincia da una melodia di flauto o di banjo, oppure da qualche giro di basso e di chitarra, un semplice riff che con l’ingresso degli altri strumenti darà vita alla canzone. Il testo solitamente lo scriviamo dopo aver composto la musica. Nei nostri testi ci piace trattare temi piuttosto forti, come il problema dell’immigrazione, stati d’animo, sentimenti e anche situazioni sociali.

Com’è la situazione riguardo ai locali della zona, c’è fiducia in una musica non mainstream come la vostra?

Purtroppo ai locali della zona più che la musica interessa la gente, il guadagno. La maggior parte dei locali preferiscono le cover band ai gruppi con musica propria; c’è sempre troppa poca curiosità insomma, o meglio: sono troppo pochi quelli che hanno il coraggio di dare la possibilità a gruppi emergenti.

Oltre alla voglia di calcare palchi, c’è qualche programma in studio per il futuro?

Presto andremo in studio a registrare il nostro primo EP autoprodotto. Sarà un modo per farci conoscere, per suonare in nuovi posti e per coinvolgere più pubblico possibile. Sarà una raccolta dei nostri brani più significativi fin qui prodotti. Un po’ azzardato parlare di concept album, ma esiste un filo conduttore in quasi tutte le nostre canzoni: il mare, l’oceano, come simbolo di libertà, di sfogo, di festa, di infinito, di disorientamento.