StrawDaze, folk punk da Asola

di Giovanni Baracchi e Luca Bozzoli

Da Asola e dintorni, sono sei giovanotti sulla ventina gli Strawdaze. Sono ormai tre anni che girovagano tra la nebbia della nostra pianura proponendo il loro punk dalle tinte folk molto incazzato e molto personale. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con tre dei loro componenti: Marco il banjista del gruppo, Carlo il bassista, e Mirko, il cantante – pifferaio magico.

I cappelli di paglia vanno in città, dalle cover dei primi concerti alla produzione propria marchiata folk-punk: cosa vi ha spinto in questa direzione? 

Inizialmente non avevamo un genere, suonavamo cover di band che ci piacevano, poi ci siamo avvicinati sempre più al punk-rock: dai Sex Pistols e The Clash, ai Punkreas e Peter Punk. Dopo vari concerti, un po’ per caso, abbiamo deciso di eseguire una canzone dove Mirko suonava un flauto irlandese (tin whistle). Capimmo immediatamente che l’unione tra ritmi punk e melodie folk era un terreno da esplorare. Così nel 2011 abbiamo iniziato a scrivere musica nostra, una cosa a cui puntavamo da sempre, ispirandoci appunto al genere folk-punk.

In generale provenite dall’Irish punk, quali sono le vostre principali influenze?

Beh, ciascuno di noi ha influenze diverse: c’è chi ascolta hard rock, chi ascolta metal, persino chi ascolta crossover, ska, reggae ecc. Diciamo che un po’ tutti i generi e gli artisti che ci piacciono ascoltare ci condizionano in qualche modo quando scriviamo le nostre canzoni. Per quanto riguarda l’Irish-punk sicuramente Dropkick Murphys e Flogging Molly sono i gruppi a cui ci ispiriamo maggiormente. C’è poi da dire che in realtà non ci definiamo una band Irish-punk, in quanto di irish in sostanza abbiamo ben poco (non abbiamo canzoni tradizionali in repertorio e cantiamo in italiano).

Che strumenti tipici folk preferite usare? 

I due strumenti folk che utilizziamo sono il tin whistle e il banjo. In futuro ci piacerebbe includere altri strumenti come la cornamusa, il mandolino, il violino e l’ukulele. Quest’ultimi due li abbiamo già utilizzati come accompagnamento per un pezzo acustico.

Come nasce una canzone degli StrawDaze? Chi si occupa dei testi, chi dell’arrangiamento?

Tutto incomincia da una melodia di flauto o di banjo, oppure da qualche giro di basso e di chitarra, un semplice riff che con l’ingresso degli altri strumenti darà vita alla canzone. Il testo solitamente lo scriviamo dopo aver composto la musica. Nei nostri testi ci piace trattare temi piuttosto forti, come il problema dell’immigrazione, stati d’animo, sentimenti e anche situazioni sociali.

Com’è la situazione riguardo ai locali della zona, c’è fiducia in una musica non mainstream come la vostra?

Purtroppo ai locali della zona più che la musica interessa la gente, il guadagno. La maggior parte dei locali preferiscono le cover band ai gruppi con musica propria; c’è sempre troppa poca curiosità insomma, o meglio: sono troppo pochi quelli che hanno il coraggio di dare la possibilità a gruppi emergenti.

Oltre alla voglia di calcare palchi, c’è qualche programma in studio per il futuro?

Presto andremo in studio a registrare il nostro primo EP autoprodotto. Sarà un modo per farci conoscere, per suonare in nuovi posti e per coinvolgere più pubblico possibile. Sarà una raccolta dei nostri brani più significativi fin qui prodotti. Un po’ azzardato parlare di concept album, ma esiste un filo conduttore in quasi tutte le nostre canzoni: il mare, l’oceano, come simbolo di libertà, di sfogo, di festa, di infinito, di disorientamento.

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