Berlinguer ti voglio bene

Berlinguer ti voglio bene, 1977, Giuseppe Bertolucci. Con R. Benigni e A. Valli.

di Luca Romeo

Benigni è il numero uno. Benigni è la Divina Commedia nelle piazze italiane, Benigni è La vita è bella, Benigni è Sophia Loren che urla: “Robertooo” commossa agli Oscar del 1999. Benigni è il miglior attore italiano degli ultimi anni. Benigni è la tigre e la neve, Benigni è un Pinocchio sempre più buono, Benigni è il monologo a San Remo o a Vieni via con me. Chi è Benigni?

Parliamo degli anni Settanta, della seconda metà. Parliamo di un ex-cantautore, che accantonato in soffitta il suo unico e disastroso disco tra il triste e l’iperbolico, in cui vestito da paladino dei giovani parla di disuguaglianze sociali e vuole “un mondo più migliore”, crea un nuovo personaggio da cinema, un buzzurro fiorentino tutto parolacce e riferimenti erotici. No, non può essere Benigni.

Parliamo del giovane parmense Giuseppe Bertolucci, che nel 1975 firma la sceneggiatura del capolavoro del fratello Bernardo “Novecento” e due anni dopo porta sul grande schermo, nella sua primissima regia, il personaggio fiorentino sopra citato, tale Mario Cioni, icona realista e provocatoria del sottoproletariato tanto caro all’appena scomparso Pier Paolo Pasolini, catapultato in un 1977 che vede la Gran Bretagna spalancare braccia, anima e cervello all’intensa ondata punk su cui si muovono surfando gente come i Sex Pistols e i Ramones, mentre i giovani italiani escono dal sogno sessantottino, con la consapevolezza che dopo quasi un decennio, quel sogno si è affievolito, fino a restare pura espressione onirica, di un mondo che resta solo utopia.

Questo è il mondo di disillusioni o di illusioni assassinate in cui si muove Mario Cioni, il nostro bifolco, mammone, pervertito e perdigiorno toscano, che non può essere Benigni. Oppure sì.

Dopo la fallimentare carriera da cantautore e le più felici esperienze in teatro, nel 1977 il nostro amato Roberto compie il grande passo verso il cinema, diretto da un G. Bertolucci che sperimenta un genere sul comico-politico-grottesco, che troverà ampio spazio negli anni del post-’68 italiano, con altri giovani registi come Nanni Moretti.

Il titolo della pellicola è tutto un programma: “Berlinguer ti voglio bene”, in cui il nostro Cioni-Benigni cresce con gli amici di paese, buzzurri come lui, guardando spettacoli pornografici in cinema di serie b e facendo a sportellate con un blocco mental-sessuale che lo perseguita per tutti i 95 minuti di film, con la massima espressione dei suoi imbarazzi nella geniale scena del corteggiamento a una ragazza nella balera all’aperto di liscio e nel famigerato e dissacrante monologo di parolacce, mitragliate da Benigni in una campagna fiorentina per 2.20 minuti filati.

E poi? E poi ci sono i monologhi su Dio e sul Comunismo, queste bestie grandi, feroci e incompatibili in quei crudi anni ’70, c’è un Berlinguer a cui Cioni-Benigni vuol davvero bene, come da titolo e c’è la Democrazia Cristiana o, meglio, l’Italia democristiana, che piazza una censura sulla visione del film ai minorenni, ghignando sotto i baffi per lo scarsissimo successo nei botteghini; successo che, come spesso accade, arriverà per la pellicola molti anni dopo, con la diffusione negli Stati Uniti solo nel 2004, quando Benigni era già diventato Benigni.

Infine c’è la mamma, centrale nella vita del Cioni, che la protegge e soprattutto dalla quale si fa proteggere e sottomettere, non nascondendo in alcuni casi un certo appetito edipico e scandaloso, una mamma interpretata dalla diva degli anni ’40, nel cinema fascista dei telefoni bianchi, Alida Valli, che nel dopoguerra gira anche con maestri come Hitchcok e Visconti e poi con Bertolucci senior (Bernardo) in “Novecento”. Tra Cioni e l’atipica mamma-Valli, si intrometterà un compare del ragazzo, tale Bozzone (Carlo Monni) che ha trovato un modo per farsi risarcire un debito di gioco dal povero, poverissimo amico di sventura.

Perché guardare “Berlinguer ti voglio bene”?, perché Benigni non è un albero senza radici, perché prima dei capolavori, ci son state pellicole sperimentali e, almeno a livello di contenuti, interessanti e stimolanti, come la coscienza dei giovani delle campagne in anni bollenti come i Settanta, magari pensando ai cambiamenti con la coscienza dei giovani d’oggi.

Perché è l’esordio da regista di Giuseppe Bertolucci, dopo grandi sceneggiature.

Perché si ride e si pensa.

Perché se chiudiamo gli occhi sul passato, non potremo mai conoscere bene il nostro presente.

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