Archivio mensile:ottobre 2012

KARTU

di Chiara Berton

Giulia Rizzini e Luca Righi sono i giovani fondatori di Kartu, studio fotografico sito in Mantova (via Trieste, 36). Hanno partecipato con una loro esposizione all’edizione del luglio scorso di Original Different Festival e per chi se li fosse persi allora ecco qui una breve intervista per conoscerli meglio!

Perché avete intrapreso la via della fotografia e come si sono incrociati i vostri sentieri?

All’inizio la fotografia era una grande passione, e come tutte le passioni più grandi di un passatempo è finita col diventare un chiodo fisso e una speranza per il futuro, un progetto di vita per entrambi.

Giulia: mi sono avvicinata alla fotografia all’università, sperimentando molto e scegliendola poi come materia di specializzazione.

Luca: io invece ne sonovenuto a contatto attraverso il mondo dei concerti. Vedevo spesso gente con la macchina fotografica tra la folla e incuriosendosi sempre più all’argomento sono diventato parte della schiera dei fotografi della notte.

I nostri sentieri si sono incrociati nel 2007 a Urbino, dove entrambi vivevamo per studiare e grazie all’infinito tempo della vita universitaria abbiamo potuto divertirci sperimentando molto, condividendo le reciproche conoscenze e lavorando a diversi progetti. Da subito abbiamo pensato di aprire il nostro studio ma ci sono voluti quasi cinque anni per compiere questo passo.

Quali sono i maestri che hanno segnato maggiormente la vostra idea di fotografia?

G: I fotografi che hanno cambiato il mio modo di osservare il mondo sono senza dubbio Nan Goldin e Wolfgang Tillmans. Le loro immagini sono sincere, brutali e al tempo stesso incredibilmente intime e poetiche. Chi invece mi ha insegnato a fotografare sono i miei maestri veri: Mario Cresci, Silvano Bacciardi ed Emilio Tini.

L: oltre quelli già citati da Giulia non posso non nominare Alberto Garcia Alix (mi ha sempre colpito la sua crudezza). In generale adoro quei fotografi che prima di uno scatto mettono il vissuto. Oltre ad Alix ci sono poi anche Trent Parke, Ed Templeton, Glen E. Friedman e Bob Gruen. Ma ce ne sono talmente tanti che la lista sarebbe infinita!

Nella collezione esposta durante Original Different Festival eravate raffigurati voi, un po’ di interni e un po’ di esterni, ma quali sono i soggetti che preferite catturare? 

Il progetto che abbiamo esposto all’ Original Different Fest è un work in progress: ancora non sappiamo quali e quante di quelle immagini sopravviveranno alla selezione finale; questo per dire che è molto relativo il cosa fotografiamo, è più che altro il come che conta. Ci piacciono oggetti, persone e architetture vere, che trasmettano qualcosa a noi nel momento in cui le vediamo e viviamo e che cerchiamo di tradurre in un’immagine pulita e senza fronzoli o esagerazioni.

Quali sono gli specifici attrezzi del mestiere che mai e poi mai dimentichereste a casa prima di uscire?

Abbiamo un armadietto pieno di macchine vecchie e mezze rotte trovate ai mercatini: Lomo varie, Polaroid, digitali compatte, biottiche, baracconi russi ecc.: tutte queste creature hanno avuto il loro momento di gloria e non ce ne possiamo separare! Quando lavoriamo usiamo delle 35 mm Canon, la nostra Macchina è la 5D mark II che abbiamo preso perché ci occupiamo anche di video.

G: la mia macchina del cuore è una Mamiya RZ 67 con la quale lavoro ai progetti artistici, che però pesando completa di valigia e obiettivi una decina di kg lascio volentieri a casa!

L: io cambio macchina spesso; per i progetti uso macchine a telemetro, in particolare una Voigtlander,  da tenere sempre con me invece una Olympus compatta.

Alcuni giovani fotografi italiani all’estero, giustificando la loro fuga, sostengo che in Italia non ci sia una scena sanamente competitiva per via del boom di fotografi DIY, voi cosa ne pensate? Conoscete qualche giovine nome degno di nota, oltre voi, ancora stanziato qui?

Negli ultimi anni è sicuramente cambiata l’accessibilità al mezzo fotografico, è più semplice avere macchine che creano file di buona qualità, il che però non corrisponde esattamente all’avere immagini di buona qualità! La qualità manca in buona parte in quelli che voi chiamate fotografi DIY, ma anche in molti fotografi che hanno cavalcato l’era dorata degli anni Ottanta e hanno venduto per anni a prezzi folli servizi scadenti e poco interessanti. Se questa situazione di crisi può portare qualcosa di buono è proprio il creare uno spartiacque tra chi è bravo e chi no, tra chi offre un servizio degno o meno. Lasciamo perdere il fatto classico italiano dove il fratello del cugino dello zio svolgono una mansione per la quale non sono preparati; è un problema di mentalità generale, non è solamente legato alla fotografia, e uno dei modi per far sì che questa cosa cambi è proporre un’alternativa. Anche noi di Kartu ogni mattina ci alziamo ci chiediamo se non sarebbe meglio essersi svegliati a Berlino o a New York, ma adesso stiamo provando a fare la differenza qui, in Italia, cercando di proporre un lavoro ben fatto dal punto di vista tecnico e fresco da punto di vista creativo. Detto come va detto, se ti fai intimorire da un ragazzetto che si fa due autoscatti da caricare su facebook non hai ben presente quale sia in realtà il vero significato di fotografia professionale!

Di giovani degni di nota qui non ne conosciamo molti, sono tutti espatriati!

Quasi tutte le opere d’arte più famose hanno avuto una colonna sonora di sottofondo: quali sono stati i vostri ascolti degli ultimi mesi?

Il nostro stereo al momento sta suonando i Mumford&Sons. Altri ascolti recenti sono stati Bon Iver, Tune Yards, Japandroids, Civil Civic e Pearl and the beard.

C’è qualche nuovo progetto dietro l’angolo per Kartu?

Sì! Sta per uscire a breve il video realizzato per Upcoming poets dei Three In One Gentleman Suit e ci sono in cantiere altri video, tra cui uno per l’uscita del disco di Luca, che quando suona si chiama Threelakes.

Ultima domanda: se aveste la possibilità, chi vi piacerebbe fotografare?

Due personaggi che ci intrigano per molti motivi sono Bob Dylan e Nick Cave.

kartuphoto.com

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Elisa Boldori e Vanitas’ Market

di Chiara Berton

In occasione della sessione autunnale di Vanitas’ Market (il 13 e il 14 ottobre a Cremona e a Iseo ogni prima domenica del mese), ormai un cult tra gli appassionati del vintage, abbiamo intervistato Elisa Boldori, stilista, blogger, personal shopper e mamma di V’M (e anche di una piccola bimba).

Come, quando e perché nasce Vanitasʼ Market?

Vanitasʼ Market nasce come proseguimento di Vintage Vanitas, mostra-mercato del vintage che si è svolta per tre edizioni a partire dal maggio 2008 a Palazzo Cattaneo, a Cremona. Con lʼaggravarsi della situazione economica generale si è poi pensato di rivoluzionare la fiera trasformandola in uno street market nel quale avessero posto anche le autoproduzioni di designer emergenti e dove fosse forte il concetto di ecocompatibilità e riciclo nella moda e nel design.

Oltre a dar la possibilità a giovani medio-piccoli produttori artigianali avete in questi anni collaborato anche con diversi artisti e musicisti: quali sono quelle che ti hanno maggiormente colpito?

Vanitasʼ Market è un progetto low budget che si basa, per gli eventi collaterali, su sponsorizzazioni e collaborazioni. Gli eventi musicali di tutte le edizioni del Vanitas’ sono state sostenute dal Centro Musica di Cremona e, nelle prime tre edizioni, anche dal brand di italian streetwear Monoty. Il progetto musicale sul quale scommetterei è quello dei Loud Vice (loudvice.com) , un duo cremonese electro rock con basso, voce e base che vanta uan presenza sul palco davvero forte,

Parliamo ora un poʼ di te: nel campo della moda hai un curriculum di tutto rispetto, creativamente parlando. Ti sei fermata o stai continuando a produrre per conto tuo?

Ehhh sì, ho avuto delle belle esperienze. Sopratutto quella in Diesel e 55DSL ha davvero cambiato il mio modo di pensare e la mia estetica in maniera irreversibile. Ma il mondo della moda non faceva per me: orari impossibili e la necessità morale di dover espiare le sofferenze patite da chi era sopra di te. Prima o poi non escludo di ricominciare a creare per mio conto, magari una linea di accessori…vedremo! Per adesso, amo il mio lavoro, anche se sono unʼautodidatta, ho imparato molto in questi ultimi anni, e il mondo della comunicazione e dellʼorganizzazione di eventi mi affascina parecchio.

Qualʼè il capo di cui vai più fiera da buona collezionista di vintage?

Un bustier di Jean Paul Gautier con etichetta di campionario pagato 5€ in un banco dellʼusato al mercato. Ho trovato una foto in cui Madonna ne indossa uno uguale…magari è quello, chi lo sa?

Sappiamo anche che ti interessi di scrittura e vorresti un giorno aprire una free press: hai qualche modello editoriale di riferimento?

Ci sono tante cose che vorrei fare, il problema è sempre il tempo e trovare i giusti collaboratori. Il mio sogno è di creare un freepress supercheap o una webzine. Il modello di riferimento sarebbero quei giornaletti gay e queer che si trovano a Berlino e le vecchie fanzine punk, stampati su carta poverissima in bianco e nero…ma non voglio svelare troppo!

Noi siamo ossessionati dalla musica e quindi questa domanda non può mancare: cosa stai ascoltando in questo periodo e quali sono i tuoi artisti preferiti di sempre?

Adesso sto ascoltando a ripetizione il carillon attaccato alla culla di mia figlia. Però sono molto legata affettivamente alla musica della seconda metà degli anni Novanta: Massive Attack, Prodigy, Tricky, britpop, triphop, elettronica, ecc. Poi amo il rock anni Settanta di Bowie, Lou Reed, Rolling Stones e il rock’n’roll classico degli ani Cinquanta. Se voglio ballare, però, solo electro rock!

Mogol Bordello si occupa della Bassa, ma con Cremona facciamo sempre un poʼ fatica, tu che rapporto hai con la tua città?

Amore e insofferenza! Ho vissuto diversi anni a Milano, Bassano del Grappa e Como, e questo mi ha permesso di soddisfare un poʼ di vizi e di permettermi qualche sfizio, quindi non ho lʼurgenza di dover fare cose, e riesco ad apprezzare la vivibilità di Cremona e la possibilità di avere intorno le persone che amo e di godermi una vita più slow. Però è davvero difficile lavorarci e fare in modo che i propri sforzi vengano riconosciuti, se non ti occupi di salame o violini. Ma sono fiduciosa! Spero che tutta la nuova generazione di giovani creativi e capaci non sia costretta a emigrare!

vanitasonline.com

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