Quarter Past One III

di Chiara Berton

Quarter Past One

Andrea e Diego dei Quarter Past One, foto di Enrico Ferrigolo.

Questa è la nostra terza intervista con i Quarter Past One: intervista per modo di dire perché tutte le volte iniziamo con delle domande e finiamo per imbastire discorsi esistenziali. Abbiamo incontrato i Sabatinos (Andrea e Diego Sabatino, bassista uno e leader incontrastato della band l’altro) scortati da Enrico Ferrigolo di Fluodrop Lab, il 14 dicembre al Tom, qualche ora prima del concerto di Mamavegas e Fast Animals and Slow Kids. 

Allora, l’ultima volta MB aveva parlato con Giorgio (il batterista) del vostro tour europeo, cosa è successo nel frattempo?

Diego: Beh, son passati tre anni dato che ci avevate intervistato per Jack Robinson nel 2010. Poi abbiamo fatto un altro album intitolato Blue.

So che ne avete registrato un altro, quando è prevista l’uscita?

Die: Più o meno a febbraio. Abbiamo iniziato a scriverlo appena dopo l’uscita di Blue ed esattamente un anno dopo lo abbiamo registrato al T.U.P. Studio di Brescia, bellissimo studio (e non lo dico per fare pubblicità ma perché ci siamo trovati molto bene), e masterizzato al Mystery Room Mastering di Milwuakee perché grazie alla crisi siamo riusciti a speculare sul fatto che nell’ultimo periodo il dollaro vale meno dell’euro. No, non è vero: è perché è associato allo studio di Brescia.

Inoltre abbiamo già cinque proposte di grafica della nostra amica Anna che ci ha fatto cinque copertine ad acquarello e china fantastiche. Adesso dobbiamo scegliere una strategia di comunicazione per l’uscita.

Sotto il punto di vista della comunicazione siete cresciuti molto rispetto alle ultime volte che ci siamo visti.

Die: Sì, eravamo delle bestie, non ci interessava e non avevamo neanche il piglio dei comunicatori (ma quello non lo abbiamo nemmeno ora). Adesso abbiamo capito che è fondamentale: la gente non ti ascolta più il cd; me ne accorgo perché magari qualcuno ti chiede di passargli il link di Soundcloud, poi ascolta due pezzi e basta. Oh, poi magari il motivo è che la musica gli fa cagare. O forse è perché non c’è più attenzione, si ascoltano i primi minuti e poi si decide se un pezzo piace o no. Il nuovo album sarà un concept, andrebbe letto oltre che ascoltato.

Andrea: Forse è più bello da leggere.

Quindi questa volta inserirete anche i testi?

Die: Per una questione di salvaguardia delle foreste del pianeta abbiamo deciso di non mettere i testi, o perché costa troppo stamparli, vedi te.

I testi sono tratti da un’opera di Oscar Wilde, si chiama La Ballata del carcere di Reading. È un libro del quale abbiamo messo in musica degli estratti, quindi, sì: è importante leggerne il testo, però sì, stiamo anche pensando a come farlo uscire fisicamente, per adesso abbiamo pensato a un’uscita digitale con libretto allegato. Per il disco diciamo che il plasticone…

Non lo fa più nessuno.

Die: Dici che non lo fa più nessuno? A me piacerebbe fare quello tipo anni Ottanta, con la stanghetta rigata a lato, proprio da disco dei Duran Duran. Vabbe’, ma poi ci sono tante opzioni da valutare, bisogna vedere se ne vale la pena economicamente e a fronte di non si sa quante vendite. Con Blue avevamo fatto un pacchettino bellino, sembrava il box di Dolce&Gabbana intimo, ma adesso stiamo buttando sul tavolo diverse possibilità.

E per quanto riguarda l’uscita in digitale?

Die: Non è un problema in sé, quando fai uscire un disco in digitale però lo devi fare con un senso, devi creare una presentazione, un po’ di attesa. Cioè, se te dici: «Oh, domani buttiamo lì il nostro nuovo album!» allora non lo scarica nessuno. La nostra idea adesso è quella di fare uscire prima le grafiche, magari lanciare un video prima dell’uscita del disco. Comunque per quanto riguarda il digitale ci avevamo già pensato, in ogni caso ci saranno anche le copie fisiche per chi le vorrà.

Perché avete scelto proprio Wilde?

Die: Un po’ per caso. Ero a Verona, stavo aspettando di fare un esame e ho pensato di comprare un libro da leggere in un’ora; sono entrato in libreria, ho visto La ballata del carcere di Reading, costava poco e l’ho preso. Mi è piaciuto veramente tanto e una volta tornato a casa ho provato a mettere in musica un brano che mi era rimasto particolarmente impresso, poi ne ho fatto un altro e un altro ancora e non mi son più fermato.

In quel periodo abbiamo scritto anche altri due pezzi che in un mondo ideale e felice avremmo inserito come b-side, ma se oggi non ha senso fare i dischi figuriamoci i b-side!

Tornando alla parte grafica: il suo compito sarà quello di accompagnare illustrando i versi?

Die: Ad Anna è stato dato il libro e lasciata totale libertà compositiva nel suo campo, anche perché noi oltre a essere pessimi comunicatori siamo anche pessimi visual e grafici.

La modalità live invece rimarrà fedele alla vostra linea o ci saranno dei cambiamenti?

Die: Questo giro canteranno anche Andrea, perché è intonato e ha una bella voce che dobbiamo sfruttare, e Casta. Il disco è per metà acustico e avremo pezzi più soft e d’ambiente: il nostro sogno nel cassetto è trovare qualcuno che ci faccia due note con la tastiera o con l’organo.

Abbiamo già fatto una prova al Fuzzy ed è stato molto bello e divertente, l’album si presta e perciò diciamo che l’acustico sarà un po’ una novità. Stiamo guardando per qualche nuova cover: abbiamo fatto nostro cavallo di battaglia Helter Skelter, fino a poco tempo fa la gente veniva ai concerti sono per sentire quella.

And: E abbiamo fatto anche quella in acustico.

Die: È vero. John Lennon si starà rivoltando nella tomba. Ah, e poi sto anche studiando qualcosa con le luci…

E per un tour all’estero, ci state già pensando?

Die: Sì, abbiamo conosciuto una ragazza di un’agenzia che si chiama Ludwig Sound, di Lipsia, che tratta tutt’altro genere, però le siamo piaciuti e ci ha già proposto qualche data e potremmo fare la solita settimana. Stiamo pensando più che altro quando perché tra lavoro, studio e ferie è difficile mettersi d’accordo. Quest’estate abbiamo già fissato a fine luglio un festival in Germania e magari sarà appunto l’occasione per attaccare qualche data.

In Italia purtroppo i locali chiudono uno dietro l’altro, quelli che rimangono in piedi se giustamente non hai un certo nome non ti fanno suonare. Devi cantare in italiano, diciamola tutta. Non voglio fare il polemicone: devi avere qualcosa da dire, sempre, ma se canti in italiano devi per forza dire delle cose sensate; tanta gente ormai urla la frase che non vuol dire niente e tutti cantano. Non riesco a capire cosa segue il pubblico italiano, di cosa abbia bisogno e cosa voglia sentirsi dire perché è probabile che questi gruppi, lanciando messaggi che non saprei nemmeno come definire, forse di rabbia misto speranza , accontentino la richiesta del pubblico italiano di oggi. È uno dei motivi secondo me che hanno spinto il rap alla ribalta: in questo periodo storico la gente più che di poesia ha bisogno di urlare “vaffanculo”.

Oh, poi può essere che siamo noi a sbagliare, anzi, dati alla mano siamo noi. Io in ogni caso non riuscirei a scrivere in italiano.

Non ti sentiresti a tuo agio?

Die: No, beh, potrei tradurre i miei testi in italiano, il problema subentrerebbe al momento della messa in musica perché, avendo tutti bene o male una sensibilità musicale di stampo inglese, non è per niente facile. Di italiano non ascolto praticamente niente, a parte Ministri e Teatro degli Orrori, ma non ho nessuno spunto per imitare qualcuno.

Poi magari è anche una questione generazionale. Non so quale sia l’età media del pubblico dei FASK, ma secondo me un ventenne di oggi non ha così tanto background straniero. È probabile che il giovane con gusti rock oggi ascolti molta più roba italiana perché ce l’ha in casa e va di moda.

Noi siamo dei big fan della melodia, quindi se non c’è melodia stai a casa tua; puoi urlare sotto la doccia una frase a caso ma nient’altro.

Però oggi un ragazzino con programmi tipo Spotify ha molte più possibilità di costruirsi un background musicale.

Die: Stronzate, ha rovinato tutto. La gente non ti ascolta più perché si è rotta i coglioni di ascoltare musica (a parte il discorso della qualità, che con questi mezzi si perde per strada: come si fa ad ascoltare dischi in 40p dalle casse del computer? Sembra che stia scorreggiando). C’è troppa offerta, c’è overdose di musica: perché io adesso devo andare a comprare il disco dei FASK piuttosto che di qualcun altro quando lo posso ascoltare a casa? C’è troppa musica in giro e la gente la può reperire troppo facilmente, quindi non va più a vedere i concerti.

Sì, però adesso stiamo criticando Spotify e vari, ma noi avevamo MySpace.

Die: Sì, non è che noi eravamo meglio, eravamo già inseriti in questa spirale. Il discorso è uno: ci sono video e gruppi che hanno 20-50-80-100 mila visualizzazioni sui video, poi ci sono quelli come noi che abbiamo tremila visualizzazioni, che è niente, su The Last Ones, il nostro primo video. I FASK, ho controllato oggi, ne hanno trentamila, ottantamila; quante persone fanno? 150 mila? La gente adesso vuole vedere il video e io non ne capisco il motivo. Parlando con il nostro regista, Mattia Benetti (regista e direttore di The Last Ones), mi diceva: «Guarda che la gente vuole vedere il video virale, non gliene fotte un cazzo di andare a vedere il gruppo» e io «No Mattia!» — preso dal discorso Diego fa involontariamente cadere il suo bicchiere di spritz (quello che vedete in foto) che va in frantumi. Fortunatamente era vuoto — «non dire così che mi fai male al cuore». Ma è vero. Tu cosa ne pensi?

Penso che abbia ragione Mattia, io non ho mai avuto il piacere di suonare a un pubblico ma resto del parere che in definitiva avere qualcuno che ti segue perché sai suonare bene sia molto gratificante…

Die: Sì, ma è un seguire sterile. Certo, magari quelle tremila persone hanno avuto la pazienza di stare lì a seguire il mio video e ci sta perché magari hanno tutto l’interesse a scoprire qualcosa di nuovo; ma la gente, anche se guarda il video e ti apprezza, poi ai concerti non ci va! È questo il problema: il nuovo modo di seguire le band nel 2013, con overdose di musica da seguire comodamente seduto alla scrivania o sul letto o ovunque si voglia. Secondo me si interrompe e si rovina il rapporto con le persone che vengono a sentirti dal vivo.

Quindi la gente su Spotify e simili non vi trova…

Die: Ma si che ci trovate, maledizione! Alla fine dobbiamo stare al passo coi tempi e per forza, se no uno non ci ascolta, gli dici «Oh, vieni al concerto» e quello ti risponde «eh, ma non c’ho voglia; mandami il link». Ma va a cagare il link. Al Red House ho conosciuto una ragazza amica del chitarrista che mi fa: «Ah, sì. Voi avete fatto il disco e il tour in Germania a febbraio dell’anno scorso» e io mi chiedevo come facesse a sapere tutte queste cose, al che lei dice «Eh ma vi seguo di brutto!». Io mi chiedo: ma una santa cazzo di volta invece di sapere dove vado a fare le date, che ne faccio pochissime, venissi a sentirmi suonare?

Sì, vabbe’ però te sbagli atteggiamento…

Die: Lo so, sono un orso! Quello che vorrei è comunicare verbalmente con quelli che ci ascoltano. Una cosa brutta di Facebook per esempio è che non sai mai chi ti segue, puoi vedere le statistiche ma a me non piace. Posso sembrare quello scontato che preferisce avere i contatti con le persone, ma io suono veramente, non mi faccio il video e poi lo proietto.

And: I Quarter Past One sono una band che suona veramente.

Die: Il fatto è che quando scrivi un post son tutti timidi nel lasciarti un commento. Band un po’ più grosse, tipo quelle di stasera, pubblicano un post e han subito tremila commenti (lascia stare che poi son tutte delle cazzate). Che poi non abbiamo nemmeno Instagram: oggi è un delitto. La gente me lo chiede: «Ma non avete l’Instagram del gruppo?» Cosa?! Io neanche se andassi in tour tutti i giorni mi farei Instagram. Non me ne fotte assolutamente di mettere le nostre foto su Instagram. È solo il nuovo Facebook, c’è un botto di gente che lo usa, più di quanto si possa immaginare e di certo sono anche più giovani di noi.

In definitiva è una moda un po’ più lunga delle altre, passerà. È solo questione di stare al passo coi tempi…

Die: Che poi alla fine siamo cresciuti tutti con una moda, nessuno può dire di averle completamente schivate. Io sono cresciuto con gruppi di un certo tipo, mi vestivo in un certo modo, poi sono cresciuto. Il problema non è tanto della moda, ma della velocità con cui questa entra ed esce, il suo non essere ben definita. Secondo me i ragazzi oggi sono un po’ disorientati: quando avevo quindici anni c’erano i Green Day o i Blink e quasi tutti ascoltavano quella musica. Poi, ovvio, c’erano i metallari e altre cose, ma c’era comunque una marcatura abbastanza netta. E poi funzionava tutto con il passaparola e non stiamo parlando del ’54, ma di sei anni fa. Adesso fan tutto da soli e si è sfumato un po’ tutto.

Con MySpace è iniziato tutto, solo che quello era dedicato alle band e agli appassionati, era legato alla musica, Facebook è legato alle stronzate che uno deve dire su qualsiasi cosa: tu hai il post delle primarie del PD, poi il post di quella che si è cagata addosso e poi la tua canzone. E tra un gatto e una cagata addosso tu devi praticamente navigare nella merda. È un buttare tutto lì senza un senso, è la trovata geniale di Facebook.

È geniale per Zuckerberg, non per una band che cerca di farsi valere…

Die: Se tu non hai un responso non capisci se quello che stai facendo ti stia portando a qualcosa o no. Potrò avere le visualizzazioni su un video, ma non avrò la certezza di quanta gente verrà al concerto. Non si capisce il target e il modo con il quale porsi. Forse sono io a non capire.

Ci sono delle band della zona che avete sentito ultimamente e che vi son piaciute?

Die: I Giardini Oscuri han fatto un ottimo disco, è veramente bellissimo, sono veramente bravi. È solo che sono quattro cazzoni, meriterebbero un sacco ma non si sbattono. Un’altra band che ho ascoltato e che mi piace un sacco è quella dei giovani The Izers: li ho sentiti solo sui social, fanno un indie elettronico tipo Editors e Strokes. Il problema principale per questi ragazzi è che a Mantova mancano gli spazi per esibirsi: hanno suonato qui al Tom, noi eravamo via ma mi han riferito che sono stati molto bravi. Qualche anno fa in centro c’era il Ludas che faceva suonare un sacco di gente. Vabbe’, poi noi abbiamo fatto in tempo a fare date in posti allucinanti, in piazza Sordello, e poi alle feste d’istituto, adesso, per quanto mi risulta, vanno tutti in discoteca a ubriacarsi; noi abbiamo suonato alle bocciofile, a palazzo Canossa, al Sociale con la nostra scuola: questi erano i modi per farti conoscere, perché la gente sa chi sei quando ti vede. Con i social tu sei solo un nome che passa.

Una volta c’erano più possibilità a Mantova, se vai ancora non troppo indietro c’era il Charlie, un super posto live che trattava più che altro jazz, mi sembra che tra l’altro lì nel 2005 i Pig Tails avessero fatto il release del primo disco. C’era una buona scelta.

Volete salutare quelli di MB?

Die: Ringraziamo MB e Chiara per aver rischiato la vita tra le nebbie per venire a Mantova a intervistarci. Voi seguiteci solo sui social, non venite mai ai concerti!

And: E non comprateci i nostri dischi.

Die: Statevene a casa, chi cazzo ve lo fa fare a uscire di casa con questo tempo e scaricare gli album senza darci un parere. Scaricatevi tutto e in omaggio con questa intervista, assolutamente a gratis troverete il download del disco Blue.

Qui il link per scaricare Blue aggratis!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...