Cesare Parmiggiani

di Chiara Berton

Cesarino

Bibliotecario di giorno, creatore di animazioni/illustratore/visual nel tempo restante. Conosciamo Cesare Parmiggiani e quello che fa da un po’, ma abbiamo aspettato almeno tre anni prima di farci sotto con questa intervista. Il suo stile potrebbe sembrare semplice e sulla soglia della demenzialità, ma è solo l’aspetto apparente: noi avevamo dei dubbi e tra una una risata contagiosa delle sue (e chi lo conosce sa di cosa stiamo parlando) e l’altra ha risposto anche in maniera seria alle nostre domande.

Cesare, cosa fai nella vita?

Io sono un bibliotecario, mi piace suonare, mi piace disegnare e mi piace il cinema. Mi piace fare tutto, ecco. Tutto quello che serve.

Come sei arrivato a fare il visual?

Arrivato ancora no, diciamo che è ancora tutto in fieri. Mi sono sempre interessato alla grafica perché ho studiato comunicazione e pubblicità all’Università di Modena e Reggio Emilia e la mia idea primaria era quella di lavorare all’interno della pubblicità: quello era il mio sogno. Allora mi interessavano grafica, design e mi piacevano molto le sigle dei telefilm anni Settanta animate da Saul Bass!

Mi sono avvicinato all’animazione trasversalmente: dal testo sono arrivato pian piano al linguaggio animato che adesso è diventato la forma di comunicazione che più mi interessa e che vedo anche abbastanza attuale con tutte queste nuove tecnologie.

L’approccio all’animazione è stato naturale o ti ci è voluto un po’ per ingranare?

Io a dire il vero avevo iniziato tutto un po’ per gioco: avevo la suite di Adobe con tutti i programmini (io in realtà l’avevo presa principalmente per Photoshop che mi mette tutt’ora in crisi perché è immenso) e tra le varie cose ho visto che c’era Flash, con questa icona rossa che non avevo mai visto, e così ci ho cliccato sopra. Avevo anche preso una tavolozza grafica, poi con Flash era tutto più piccolo e mi sembrava tutto più facile, quindi mi sono messo a disegnare e ho iniziato ad animare in modo molto rudimentale. Facevo delle fatiche bestiali, robe che adesso a pensarci mi viene male: il primo video che ho fatto ci ho messo tre mesi, ora ci impiegherei solo due settimane!

Dare animazione a brani musicali o dj-set passa anche dal fatto che tu stesso sei musicista?

Sì, senza dubbio la prima cosa pratica che ho fatto è mettere in immagine il video di un pezzo del mio gruppo (i Nacho Fever, ndr) intitolato Time on my hands (qui il video). Poi ne ho fatti altri, anche uno per gli Stoop nei quali suona mio fratello.

Parliamo un po’ del tuo modo di lavorare…

Beh, quando devo pensare a un’animazione devo avere le idee chiare: se parti dal nulla rischi di rimanerci in mezzo e perdere una quantità di tempo infinita! Devo farmi un’idea di come deve iniziare e finire una storia e di quale deve essere lo svolgimento: magari non deve essere tutto preciso nei dettagli, non faccio uno storyboard come gli animatori, giustamente. Io devo lavorare sulla velocità, fare delle cose rapide che coinvolgano e interessino la gente. Lo sotryboard richiede già moltissimo tempo e poi rischi di essere talmente soddisfatto del tuo storyboard da non fare più niente!

Con Time on my hands avevo deciso di fare solo azioni con le mani, magari evitando quelle improbabili, ecco. Quello era il leitmotiv, e scena per scena inventavo qualcosa per poi assemblare tutto. Il mio secondo video è stato per la canzone Medieval Rendezvous (qui il video) che parla di tutto e di niente, perciò ho scelto il tema medievale ispirandomi all’arazzo di Bayeux che narra la battaglia di Hastings: ho ri-assemblato quello stile ed è diventato tutto un po’ un platform, ricorda gli Arcade del Mega Drive. Non era il mio scopo principale, io volevo fare una cosa molto seria, poi è uscita una cosa quasi demenziale: è un video medievale-demenziale. E ricordo che è stato fatto tutto a pastello e lucido: ci ho messo un sacco di tempo, il risultato mi ha anche soddisfatto ma penso che non lo farò mai più, a meno che non ci siano altre dieci persone ad aiutarmi!

Invece quello degli Stoop per The seed (qui il video) l’ho fatto seguendo un po’ il mio istinto: dato che era il mio primo lavoro per una band che non fosse la mia ne ho parlato prima con loro, proponendogli l’idea di un seme che divorava altre creature evolvendosi in qualcosa di nuovo ogni volta. A loro la storia è piaciuta molto e così mi sono sbizzarrito. Alla fine mi mancavano gli ultimi trenta secondi da riempire e ho inserito la scena del seme piantato da mano ignota che poi si scopre averne piantati molti altri: è una scena che contribuisce a dare un’aria tenebrosa, oscura e di paura, un po’ inquietante. Sì, devo dire che quello è stato proprio un colpo di genio!

Ultimamente invece sto lavorando sul video del nuovo singolo dei La Baia (Muro molecolare primitivo) e sulla grafica del loro nuovo disco. Loro hanno uno stile un po’ psichedelico e grunge che si sposa parecchio bene col mio, poi siamo amici anche se questo fattore non è sempre a favore, anzi è un’arma a doppio taglio: se non fai le cose fatte bene rischi di averli sempre addosso.

Te hai lavorato anche per lo Spazio Gerra, vero?

Sì, per la settimana della fotografia europea! Avevo partecipato insieme ad altri videomaker a una giornata commemorativa al museo Fratelli Cervi a cui presenziava anche l’organizzatore dello Spazio Gerra. Fu colpito dal mio video ma soprattutto da come si accompagnava con la musica (che era stata scritta appositamente da mio fratello, tutta roba fatta in casa) e mi chiese di preparare qualcosa per la settimana della fotografia, aggiungendo che ci sarebbero stati Boosta dei Subsonica e altra gente (cosa che non ha contribuito a farmi stare tranquillo). Anche in quel caso ho un po’ improvvisato perché non era proprio una cosa per cui ero pronto: io avevo sempre fatto delle cose narrative, con un inizio e una fine, che richiedevano uno svolgimento e con dei tempi molto precisi; anche la scelta delle immagini deve essere calzante con il ritmo della musica, deve potersi accompagnare, fare un video diverso metteva un po’ in discussione il mio approccio perché non avevo musica e non sapevo cosa avrei dovuto accompagnare. Poi ho un carattere molto cartoonoso, un po’ psichedelico e anni Settanta, con questi disegni floreali: non sapevo se si sarebbe sposato bene con della musica elettronica! Alla fine però è andato tutto bene perché vedere questi grossi disegni su delle pareti in piazza San Prospero ha fatto un bell’effetto.

Prima hai nominato Boosta, ma è vero che hai presenziato anche a Torino?

Sì, certo! Ho lavorato a Torino con lo stesso gruppo dello Spazio Gerra, che per l’appunto sono dei ragazzi di Parma, i Bit per Frame, dei visual molto bravi, Marco e l’altro pazzo Paolo, specializzato più che altro sugli effetti e sui montaggi e poi c’era Antonio, l’architetto che era molto bravo con il 3D: loro sono un gruppo bello affiatato, ecco! Io sto cercando di creare un ambiente come quello con altri ragazzi di Reggiolo, creare un gruppetto che fa delle robe così.

Spiegaci un po’: chi sono i tuoi compagni di avventura, cosa fate, questo progetto ha un nome?

Questo è interessante! In realtà io sono stato coinvolto da un ragazzo di queste parti, si chiama Alessio Bianchi, che ha iniziato anche lui così per gioco a sperimentare come visual; mi ha chiamato a collaborare con loro per fare principalmente le cose che mi vengono meglio: disegno a mano libera, animazione e montaggio. Inizialmente il progetto non aveva un nome, ora invece —e sono molto onorato di questa cosa— abbiamo acquisito un titolo che avevo creato per me ma che non avevo mai usato! Con i BpF avevo fatto una cosa al Mu di Parma e mi ero presentato con il nome di Nervous Monkeys (già al plurale, un po’ per la solitudine e po’ perché speravo che qualcuno si intrippasse e venisse a darmi una mano), avevo fatto anche dei piccoli spot con questa scimmia che saltava da tutte le parti e per sbaglio l’ho fatto vedere ad Alessio che ha apprezzato l’appellativo Nervous Monkeys tanto da adottarlo come nome del gruppo.

Lavorate come visual solo sulla base di dj-set o fate dell’altro?

Sì, lavorano soprattutto su dj-set. Personalmente l’aspetto del visual che mi mette in difficoltà è quello del live, anche se in realtà è quello più importante. Non sono ancora molto bravo a spippolare con gli attrezzi di missaggio live, quindi per adesso cerco di imparare nuove tecniche da loro stando un po’ dietro alle quinte.

Che differenza creativa c’è dietro alla costruzione di un video musicale piuttosto che di un’animazione per un dj-set?

Dipende da come ti commissionano le cose: nei video mi lasciano solitamente molto libero ma non sono un dittatore, quindi confronto la mia idea col gruppo e loro mi danno il loro punto di vista e si arriva a un compromesso. Nei visual invece è spesso capitato di avere un tema da sviluppare; la cosa più difficile che ho fatto per esempio a Reggio e Torino è stato inserire all’interno dei visual delle fotografie e questa cosa inizialmente mi aveva destabilizzato perché si trattava di immagini statiche difficili da inserire in contesti dinamici, forse anche perché all’epoca ero meno abile nell’animare. Le foto erano molto belle, ma io facevo molta fatica!

Quanto tempo impieghi mediamente per fare un video?

Tenendo conto del fatto che non è il mio lavoro principale, mediamente per un video di tre minuti ci metto due mesi. Poi a volte non hai neanche voglia di farlo, quindi perdi anche una giornata perché non ti viene in mente niente e allora è meglio chiudere tutto e andare a farsi un giro, guardare la natura oppure andare un po’ su Vimeo e osservare le creazioni degli altri: l’importante è mettersi in modalità di continua ispirazione.

Perché secondo te il visual nell’ultimo periodo ha preso così tanto piede?

Perché è come un murales in movimento: non è detto che tu debba stare tutta la sera a guardarlo, è lì abbellisce e rinnova il locale e allo stesso tempo una luce stanca di più. Il visual dà qualcosa di più delle luci, dà una dinamica, un aspetto e una personalità al locale, quindi chiamare le persone giuste per un visual serve anche a dare un determinato aspetto al tuo locale. Se continuasse a svilupparsi così potrebbe arrivare ad abbellire definitivamente le città, perché pensandoci ha anche un costo minore rispetto a un’illuminazione.

Nella vita di tutti i giorni sei un bibliotecario, stai tutto il giorno immerso tra i libri, trai una qualche ispirazione da quell’ambiente?

Certo, aiuta parecchio: sono in mezzo a libri di grafica, ai dischi a persone che ti chiedono e tu devi essere sempre sul pezzo e saper consigliare in base ai loro gusti. Sono diventato una specie di piccolo Spotify o tipo Amazon. E poi direi che grosso modo ti ho raccontato tutto…potrei anche dirti che sono stato molto colpito dalla scomparsa di Lou Reed.

Davvero?

È uno dei miei idoli incontrastati e questa cosa mi è dispiaciuta moltissimo. Penso sia stato uno dei personaggi più rock nel vero senso della parola: è sempre stato contro tutto, ha scelto sempre la strada più difficile e meno scontata. Era a metà tra la notorietà e la volontà di scomparire del tutto, accomodante ma allo stesso tempo no, oscuro e divertente, aveva tutte queste contraddizioni molto affascinanti. Tutto ciò che non era facile era Lou Reed e i Velvet Underground che penso siano stati insieme ai Beatles, che magari rappresentavano la parte più “accomodante”, le due facce della medaglia del rock.

C’è un po’ di Lou Reed in quello che disegni?

Sì, sì. Anche questa cosa del bianco e del nero, il cercare di fare dei video che siano piacevoli però allo stesso tempo poco rassicuranti rappresenta sicuramente una parte della mia personalità che mi è arrivata anche da lui. Molte sue canzoni, soprattutto del periodo Velvet, sono spesso orecchiabili e piacevoli: prendi Transformer, è un disco completamente ascoltabile però c’è sempre qualcosa di disturbante; I’m waiting for the man è una canzone molto allegra anche se parla di lui che non vede l’ora di incontrare il suo spacciatore: il messaggio è chiaramente negativo ma la canzone è tutta andante. I’m waiting for my man…got 26 dollars in my hand! E ciò che voglio dire nei miei video è proprio quello, così come nel video degli Stoop o in quello dei La Baia, nel quale uso dei colori molto sgargianti, quasi fluorescenti, ma che in realtà creano molta inquietudine.

Se domani ti chiedessero fare un’animazione a tuo completo piacimento, cosa disegneresti?

Se mi chiedessero di fare quello che voglio lo farei difficilmente, guarderei sempre verso chi me la chiede. Farei sempre qualcosa che possa compiacere chi mi fa la proposta oltre che me stesso. Se me lo chiede qualcuno che si occupa di musica penserò in musica, se me lo chiede qualcuno che si occupa di giardinaggio allora penserò ai fiori, qualcosa sugli animali. Ecco: se dovessi fare qualcosa a mio completo piacimento disegnerei qualcosa sugli animali, qualcosa per aiutarli, tipo un video per Greenpeace!

Una volta mi veniva voglia di disegnare qualcosa di più riottoso, contro i politici no, ma adesso non mi interessa più. Magari il mio io del passato a sentire queste parole si rivolterebbe nell’aria, perché pensavo che la politica fosse una cosa molto importante (ma penso ancora che lo sia), il problema è che ci vorrà ancora del tempo prima che funzioni in modo dignitoso e per ora diciamo che prendo una pausa da quell’argomento.

Qual’è l’animale più difficile da disegnare?

I cavalli. Sono un inferno, non chiedermi di disegnarli! La gamba del cavallo ha delle ossa che non si capisce bene come siano strutturate. Il cavallo è un animale bellissimo, ma quando ero piccolo lo disegnavo sempre senza far vedere le gambe e poi sembrava sempre un cane lupo, perché aveva questo collo molto grosso e poi la coda che non si capiva mai bene come farla. Per favore non chiedetemi i cavalli nelle animazioni!

Parlando di animazione e animali, la notte della Vigilia sulla Rai hanno passato Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson…

È il suo film più bello! Lo avevo visto al cinema e mie era piaciuto moltissimo: mi faceva morire dal ridere quando gli animali passavano da educati, tutti vestiti come personcine, che parlavano con come uomini, allo stato animale quando dovevano mangiare oppure quando litigavano tra di loro. Mi aveva proprio fatto crepare dal ridere, forse al cinema devo aver fatto anche del casino.

A me Wes Anderson non fa impazzire come stile, ma questo mi aveva stupito: mi ricordava un po’ Burton però era anche un po’ più grezzo, pericolante, sembrava che tutto dovesse crollare da un momento all’altro. Come lo stop motion dell’Europa dell’est, un po’ Svankmajer, con questi rumori registrati male, queste cose precarie: anche gli animali sembrano imbalsamati, malsani. In quel film poi mi avevano colpito tanto anche le mappe dei luoghi perché ricordavano molto l’immaginario artistico americano.

Quali sono i tuoi illustratori preferiti?

Uno dei miei preferiti direi che è Robert Crumb, disegnatore degli anni Sessanta-Settanta ancora vivente, disegnò la copertina di Cheap Thrills di Janis Joplin e recentemente ha illustrato Kafka e tutta la Bibbia; mi piace perché il suo stile ricorda un po’ quello degli incisori. E poi gli illustratori minimalisti americani. Sicuramente anche Lou Romano della Pixar, che secondo me è un artista esagerato, e poi Hugo Pratt, con gli acquerelli, confini poco delineati, mai preciso e molto acquatico. Anche Milo Manara è uno dei migliori, ma non posso dire che sia uno dei miei preferiti proprio per questa sua bravura. I miei ispiratori sono più impressionisti, come per esempio Gipi, con uno stile che è il lettore a costruire.

Ti è capitato di raccogliere parerei di gente che non sapeva che fossi tu l’autore di un video o il visual durante una serata?

No, fortunatamente no. Se fossero positivi vorrei sentirli volentieri, ma non il contrario. Il fatto che sui miei video non ci siano pollici riversi mi va già alla grande! Forse però, adesso che mi ci fai pensare, una volta al museo Cervi, mentre i video scorrevano, è arrivato un tizio che fa: «guarda ‘sti disperati qua cosa fanno». E io ci sono rimasto un po’ male. E continuo a non capire perché la gente continui a usare la frase “non serve a niente” nei confronti della cultura dell’arte in generale: serve anche quello, dà piacere e aiuta a comprendere e maturare; se non ci fosse tutti penserebbero solo a mangiare o andare in bagno. Vedere l’utilità come unico motore esistenziale penso sia un concetto sbagliato che continua a passare; guardare l’arte, la cultura e il fatto stesso di comunicare come una cosa superflua e a cui si può rinunciare. Capisco che sia difficile oggi spiegare a un imprenditore che deve pagare i suoi dipendenti che se taglia i fondi per la pubblicità è solo perché è miope e così facendo si taglia le gambe da solo, ma questa è la realtà.

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