Pig-Tails

di Chiara Berton

Pig-Tails

Un giorno alle 10 del mattino siamo andati a Mantova per incontrare Diego Aroldi dei Pig-Tails. Tra le tante cose ci ha spiegato il ruolo didattico che band longeve come la loro svolgono nei confronti dei musicisti pivelli (per esempio, insegnare come si mettono a posto i cavi o come non devi rompere le palle al fonico ingombrandogli la scaletta del palco). Per la rubrica MB educational.


Chi siete?

Siamo un gruppo quasi veterano attivo dal 2001. Sguazziamo alla grande nell’underground, veniamo dalla scena punk dei primi anni Duemila e abbiamo formato la nostra anima compositiva ascoltando Damned, Buzzcocks ma anche The Who, Led Zeppelin e Rolling Stones: tutte le cose più classiche mischiate al punk inglese e americano, all’hardcore in stile Dead Kennedys e alla musica più new wave tipo The Hives e Queens of the Stone Age. Questo è quello che siamo fondamentalmente: siamo un duo e picchiamo forte.

Com’è cambiato il vostro suono in questi anni?

Quando iniziamo a scrivere dei pezzi non ci poniamo minimamente il problema di quello che stiamo facendo dal punto di vista stilistico; un giorno potrebbe venire fuori una canzone reggae, una ballata o un pezzo corale. A me è sempre piaciuto l’approccio dei Clash: liberi da qualsiasi vincolo o preconcetto! Forse siamo cambiati, o forse no. Forse dipende dalla canzone che ascolti. Penso che l’ultimo disco abbia delle intenzioni fondamentalmente diverse e sicuramente il passaggio da trio a duo ha cambiato un po’ le cose. Chiaramente è cambiato il nostro modo di suonare, i riferimenti: devi essere molto più incastrato con la batteria! Noi suoniamo a 45 gradi per poterci guardare l’uno con

l’altro, come su una macchina da rally: il batterista è il navigatore, ti dice dove girare, e il chitarrista è quello che guida. Suonare in due diventa una specie di rally, e infatti alla fine dei live siamo sempre morti perché c’è un livello di concentrazione altissimo, non ti distrai mai.

La scelta di abbandonare il basso è stata consapevole o un caso?

In una band le persone hanno delle visioni diverse, soprattutto in relazione alla propria vita, e raggiunta una certa età bisogna porsi degli obiettivi individuali che non sempre coincidono. Noi ci siamo resi conto di avere degli obiettivi diversi e pacificamente abbiamo preso direzioni diverse: una soluzione si trova sempre. Noi abbiamo deciso di andare avanti in due e dopo un po’ di silenzio ci siamo messi a fare un disco.

Beh, ma non è passato poi così tanto tempo, alcuni musicisti in condizioni favorevoli ci mettono molto più tempo per produrre un disco…

A noi due anni sono sembrati una vita perché siamo sempre stati abituati a suonare il più possibile, è dura essere sempre in sala prove e non avere mai un concerto sul quale sfogare la tua voglia di fare musica dal vivo. Noi potremmo anche fare a meno dei dischi, potremmo fare semplicemente dei bootleg e suonare solo dal vivo perché è la cosa che ci riesce meglio. Lavorare due anni su un disco e aspettare sei mesi per l’uscita è stata un’esperienza che ci ha messo alla prova: il primo anno pensavamo di non riuscire a suonare in due, non trovavamo la chiave, poi fortunatamente abbiamo capito che avremmo dovuto stravolgere completamente il nostro modo di suonare.

Quali sono stati i giudizi del pubblico riguardo al cambio di formazione e al nuovo lavoro?

Il pubblico che ci conosce è sicuramente rimasto colpito, ha avvertito un cambio drastico. C’era chi preferiva l’idea del basso e chi invece credeva che senza il suono fosse molto più figo. Ora il concetto di duo è stato un po’ sdoganato: noi ci siamo ritrovati in quella condizione prima che scoppiassero i Black Keys, prima a livello mainstream c’erano solo i White Stripes e per l’Italia i Mojomatics, noi ci siamo trovati un po’ in mezzo a questa corrente. Salire sul palco in due però fa ancora stupire qualcuno di tanto in tanto, fa uscire dallo schema mentale, incuriosisce.

Probabilmente vedendo salire sul palco una formazione chitarra-batteria ci si aspetta un approccio più blues, invece il vostro suono ha ancora un impatto fondamentalmente punk.

Tanti pensano che non si possa fare punk in due, come dici tu ci si aspetta un approccio blues, ma noi ce ne siamo fregati: il punk è molto presente nei nostri accordi tutti dritti che avrebbero bisogno un basso alla base. Non c’è? Chi se ne frega. Gran parte del lavoro di questi due anni è stato fatto sul suono: ho dovuto compensare la pasta di suono che viene fuori dal mio amplificatore aumentando la componente delle basse (io suono la chitarra splittata contemporaneamente dentro un amplificatore da basso e uno da chitarra e questo aiuta un po’ a compensare la mancanza del basso).

So what?!

È un disco autoprodotto e autofinanziato. Con IndieBox abbiamo avuto modo di recuperare un rapporto che avevamo chiuso qualche anno fa: hanno seguito il nostro ufficio stampa e ci hanno dato la possibilità di registrare nel loro studio. Ora siamo inseriti nel roster del loro booking e cureranno la seconda parte del nostro tour a partire da marzo/aprile fino a settembre.

C’è già qualche data che potete anticiparci?

Adesso siamo in fase di programmazione, anche perché purtroppo, come tutti sanno, siamo in un periodo storico complicato: nel 2005 eravamo un gruppo totalmente sconosciuto ma riuscivamo a fare anche otto date al mese. Ora è molto difficile, i locali che credono nei live sono sempre meno e per suonare bisogna sgomitare.

E Mantova come è messa?

Secondo me un locale come il Tom a Mantova è una manna dal cielo! Dà delle possibilità a tutti i gruppi della zona e sarebbe utile da parte di tutti supportare un po’ di più quel locale: non in tutta Italia ci sono posti che spingono così tanto per live di qualità! Credo che tutte le band locali siano un po’ in debito con il Tom: non ti sbattono mai la porta in faccia. Un altro locale che ho molto a cuore è il Dallò di Castiglione delle Stiviere: ci sono dei ragazzi che si sbattono veramente tanto per tenere viva quella realtà e combattono ogni anno contro chi vuole far chiuder loro il posto.

Perché la gente dovrebbe comprare il vostro disco?

Non voglio parlare solo per i Pig-Tails: noi suoniamo da tanto tempo e rappresentiamo una fetta della musica italiana indipendente che ha sempre investito tempo, fatica, soldi e sentimento dentro a un concetto nobile come quello della musica. Secondo me comprare un disco dei Pig-Tails o di un altra band del circuito è una forma di tutela di un habitat importante: quei 10€ finiscono nella produzione del prossimo o nella benzina per il furgone e per questo permette a una band di rimanere viva.

Un’altra cosa alla quale tengo parecchio, anche se potrà sembrare un discorso da vecchi: le band che suonano da tanti anni svolgono una funzione pedagogica. Quando suoniamo insieme a un gruppo di ragazzini insegniamo loro qualcosa, che non è come si suona bene la chitarra ma come si mettono a posto i cavi, come si fa il sound check, come non si mette la roba davanti alla scaletta per salire sul palco in modo da non dare fastidio al fonico. Sono tutte piccole cose che diffondono la cultura della musica e del rispetto del live e quindi io comprerei il disco di una band che suona da 15 anni: perché hanno una funzione educativa per le nuove leve.

A proposito di nuove leve, quali sono le vostre favorite?

I Quarter Past One sono un gruppo eccezionale, totalmente sopra il livello medio italiano. Da un certo punto di vista sono fenomenali: hanno un’età molto più bassa del valore della loro musica che è di un livello mentale altissimo. Poi riescono a prendere dei vecchi classici riproponendoli in una chiave sempre interessante. Per noi sono come dei fratelli minori: li abbiamo visti iniziare a suonare quando noi iniziavamo a fare dischi e purtroppo hanno la sfortuna di vivere in un periodo che non gli offre grandi possibilità.

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One thought on “Pig-Tails

  1. keaberton ha detto:

    L’ha ribloggato su KEA.

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