ARYA

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Li avevamo scrutati un anno fa al Vanitas’ Market e il loro stand si faceva decisamente notare: era giallissimo! Il giallo è infatti il colore di ARYA, Architects Young Association di Cremona: baldi giovini architetti riuniti della città impegnati in progetti (spettacolari) di riqualificazione di ambienti. Il 14 marzo ci siamo diretti a Palazzo Stanga per dare un’occhiata all’esposizione Ipotesi di Finito #4 – dare forma alla cultura di Ettore Favini per la quale ARYA ha curato gli allestimenti e nel frattempo abbiamo intervistato Teresa, Michele e Paola, tre esponenti dell’associazione.

Qual’è la vostra storia e qual’è la storia di ARYA?

TER: Io e Michele siamo venuti a Cremona un po’ per caso: veniamo da Napoli, dove siamo cresciuti e abbiamo studiato, ma ci siamo resi conto che una città come Cremona, data la sua dimensione, aveva la capacità di approcciarsi meglio al cambiamento. Partecipammo a dei concorsi di progettazione confrontandoci con realtà nazionali ed europee che ci aprirono la mente: iniziammo a capire che con delle azioni mirate e momenti partecipativi si poteva coinvolgere la città per trovare fondi e riqualificare gli spazi abbandonati. In quel periodo poi stavano nascendo un po’ ovunque associazioni di giovani architetti, ma non a Cremona. Noi partecipammo al bando di Think Town 2, non lo vincemmo ma decidemmo di autofinanziarci il progetto (quella è stata anche la nostra prima esperienza di partecipazione e devo dire che ha funzionato!) e dopo aprimmo un dibattito con altri 30 architetti della città, nacque ARYA.

MIC: La nascita di ARYA è merito di Teresa che ha spinto moltissimo e ha voluto fortemente fare qualcosa per questa città. La ringrazio enormemente perché con questa associazione abbiamo dato una buona scossa a Cremona, soprattutto in termini di partecipazione: abbiamo un po’ fatto cadere il mito dell’architetto come figura che non può essere fermata o interpellata; le installazioni mirano a questo: poter chiacchierare e incontrare persone, sono un presupposto per poter discutere con la gente di architettura.

PAO: Prima di conoscere loro ero un po’ come Cremona: dormiente. Rispetto ai miei coetanei avevano una spinta in più: la prima volta che ci siamo visti ci siamo seduti a tavola alle 12 e abbiamo chiacchierato fino alle 18 passate! Per quanto riguarda la storia di ARYA io ricordo benissimo il giorno in cui Teresa mi disse dell’idea: era il 24 maggio 2012, era il suo compleanno ed eravamo al concerto dei Coldplay…io ero contentissima!

Da cosa nasce il nome ARYA?

TER: I cambiamenti devono avvenire in modo lento e per questo abbiamo deciso di dare un nome e un logo che dessero la sensazione della leggerezza: il soffione è una sorta di impollinazione continua dell’architettura.

MIC: La questione del nome era importante, volevamo far capire che avevamo una mentalità differente, quelli delle altre città sono tutti acronimi (l’unico forse un po’ divertente è MAGA di Milano), ma non faceva al caso nostro: per Cremona Associazione Giovani Architetti sarebbe uscito CAGA… non era proprio il caso! Poi la nostra idea di base era quella di spostare l’associazione in tante città italiane e scegliere per ognuna un colore.

Perché voi avete scelto il giallo?

TER: Noi siamo legati a uno scrittore napoletano, Erri De Luca, secondo il quale la città è gialla. Lui si riferisce a Napoli che è gialla per via del tufo, noi siamo partiti da lì perché ci sembrava un colore adeguato nonostante il colore di Cremona sia più rosso per i mattoni.

Da quando ci siamo visti la prima volta al Vanitas Market avete fatto un sacco di cose: qual’è il progetto che vi è rimasto nel cuore?

MIC: Sicuramente NODY, a Piadena. Questa è la storia: io ho una collega, un’insegnante di inglese, la Camisani, con la quale non riuscivo proprio a legare. Un giorno mi chiese se la nostra associazione poteva creare un’installazione per la Fiera Settembrina. Io riferii agli altri e decidemmo di andare a vedere cosa si poteva fare: durante il tragitto Cremona-Piadena cercai in tutti i modi di convincerli a non partecipare ma quando videro il chiostro dove si sarebbe dovuta fare l’installazione decisero imperterriti di dover far qualcosa. In realtà l’installazione andò molto bene: la Camisani fu molto disponibile, il vice sindaco straordinario, massima fiducia e libertà progettuale, sembrava di stare in famiglia! Andò talmente bene che alla fine ci abbracciammo tutti commossi, un’esperienza che porterò sempre nel cuore.

PAO: Ce ne sono due che mi sono piaciute particolarmente: una è NODY, l’altra è Word in Progress che abbiamo realizzato per Le Corde dell’Anima, nella Loggia dei Militi a Cremona. Quell’installazione era stata organizzata molto velocemente ma è stata una botta di vita per la città: erano giorni di grande fermento, con tanti visitatori esterni, e poi l’approccio della gente è stato bellissimo: andavano al bar e tornavano con la birra in mano a sedersi da noi. Ogni volta che passo dalla loggia il mio pensiero ritorna a quei giorni!

TER: Io condivido tutto. A Piadena il tema era la pace ed era il periodo dei disordini in Siria e penso che per le persone che vivono lì vedere un posto come quello, con le frasi di Toni Morrison, John Lennon e Martin Luther King, sia stata una grande emozione. Con Le corde dell’anima abbiamo capito che, come dice Servillo nel film (Le conseguenze dell’amore, ndr): “Non bisogna mai smettere di aver fiducia negli uomini”. Lì c’è stata una risposta incredibile, il video che abbiamo girato lo dimostra bene.

NODY

NODY

NODY

Word in Progress

Word in Progress

Le reazioni delle persone combaciano con le aspettative che vi fate nel periodo di creazione dell’installazione?

PAO: Secondo me la reazione è inaspettata. La nostra prerogativa è che l’installazione sia fatta per le persone; non pensiamo tanto a come devono interagire o alle reazioni finali, anche perché è tutto molto soggettivo. Durante la progettazione c’è sempre l’idea della partecipazione, ma il come lo lasciamo all’evento.

TER: Un elemento di architettura deve essere vissuto e interagito, è la base. Michele qualche tempo fa diceva che le nostre installazioni sono come dei figli: in gestazione immagini il bambino ma quando nasce è diverso da quello che ti aspettavi.

MIC: In NODY, per esempio, dove avevamo progettato tutto dettagliatamente, non ci aspettavamo che quel giorno ci fosse un po’ di vento a muovere i cubi e le luci: fu una casualità che fece crescere l’installazione!

Voi utilizzate molto i materiali di riciclo, c’è un materiale che prediligete?

TER: Gli scarti delle imprese, non tossici ovviamente! Un’impresa può essere una grande risorsa anche nei materiali che butta: possiamo dare nuova vita  ai materiali che andrebbero in discarica. Forse il materiale preferito è il capitale umano delle imprese, anche se si fa fatica a creare una rete e far passare il messaggio che si può contribuire non solo con risorse economiche, ma anche con risorse fisiche e materiali. L’architettura deve essere povera: ci vuole poco a fare un grande progetto e spendere tanti soldi, ma ci vuole molto a creare con poco.

PAO: Noi facciamo con quel che troviamo, tutto attiva la nostra creatività: solitamente abbiamo un’idea e poi andiamo a cercare il materiale, ma è anche giusto basarsi sul materiale che ti danno le aziende che decidono di supportarti. Puntare sui materiali riciclati significa pensare in grande dal punto di vista ecosostenibile e sociale.

Qual’è il vostro rapporto con Cremona?

TER: D’amore. Adesso stiamo lavorando sulle periferie, sulla zona degli argini del Po, un pezzo fondamentale che tiene unito il rapporto tra cittadino cremonese e acqua. È amore, anche se ci vorrebbe un po’ di spinta morale.

PAO: Io ho studiato a Milano, ma non ci vivrei mai! Andrei comunque a vivere in una città come Cremona, qui puoi piantare le basi. Credo tanto nelle risorse di Cremona, è a misura d’uomo: amore sì, ma ci metterei più passione.

MIC: Sì, forse quello che manca è coinvolgimento, no?

PAO: I cremonesi sono tendenzialmente negativi in tutto quello che fanno, forse è quello il grosso ostacolo: non si rendono conto che abitano in una città che è molto più bella di Brescia, per dire. Siamo chiusi, siamo dei musoni.

TER: Paola, ma questo dipende dal sole. Non c’è mai…

Ipotesi di Finito #4, Dare forma alla cultura

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3 thoughts on “ARYA

  1. allup0allup0 ha detto:

    Sono un cremonese emigrato per studio e lavoro a Verona. Ogni tanto vengo ancora nella mia città (di cui continuo ad amare soprattutto la periferia e i campi dove sono cresciuto). Mi piacerebbe incontrarvi, mi piacciono il vostro entusiasmo e la vostra voglia di creare, soprattutto con materiali di recupero. Complimenti!!

  2. keaberton ha detto:

    L’ha ribloggato su KEA.

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