Notawonderboy

di Chiara Berton

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Dai tempi in cui intervistammo Davide Bona la voglia di fare due chiacchiere con Notawonderboy ci è sempre rimasta sul groppone. Esattamente due anni dopo e con la scusa dell’imminente chiusura del blog (non disperate, staremo aperti fino a settembre) siamo riusciti a strappare qualche battuta all’unico e inimitabile Notawonderboy. Pittore, illustratore e grafico di stanza a Parma che dei tratti forti e delle figure oniriche ha fatto il suo marchio di fabbrica. Ci ha raccontato un po’ dei suoi inizi e dei suoi progetti, partendo da Studio Brado fino ad arrivare ai suoi nuovi piccoli fagioli magici. Leggere per credere.

Quando hai iniziato a disegnare?

«Ho iniziato nel 2000 con un amico, Elia Bonetti, producevamo stencil in provincia. Avevo iniziato con la street art, mi piaceva l’idea di riuscire a disegnare in diretta, senza avere una bozza. Poi ho cominciato a frequentare la scuola a Reggio Emilia e a fare i primi quadri, per lo più con pennarelli a punta grossa e così ho fatto alcune tele nelle quali cercavo di mischiare cose un po’ oniriche alla Mordillo con un tratto forte, una via di mezzo tra fumetto e street art, appunto. Il modo in cui disegno è dato dagli inizi: nessuno mi ha mai insegnato e non ho nessuna accademia alle spalle.

Adesso disegno, faccio una bozza a matita cercando una chiave di lettura, poi vettorializzo tutto perché mi aiuta ad avere delle linee pulite e utilizzo colori primari. Non essendo il mio mestiere la produzione rimane bassa, per ora sono sulla quindicina di quadri prodotti».

Che significato c’è dietro al nome Notawonderboy?

«Finiti gli studi a Reggio ho fatto uno stage da Fabrica e ho sentito un’aria di competizione che non ritengo sana. Tutti erano dei “wonder boy”, davano parvenza di perfezione e da qui è nato Notawonderboy, cioè un cattivo ragazzaccio, un mascalzone.

Io non sono per la ricerca della perfezione a livello umano, sono alla ricerca di altre prospettive e questo nei quadri si nota: c’è una forte critica ai comportamenti. Parlo molto delle persone e di quello che vivo».

Definisci il tuo stile in tre concetti base.

«Post-pop, sintetico e facile da leggere».

Che rapporto hai con Parma?

«Un ottimo rapporto. Parma è come una nonna molto disponibile, una nonna che non ho mai avuto».

Se un ragazzino volesse approcciarsi al mestiere di grafico cosa ti sentiresti di dirgli?

«Gli direi di non pensarci, perché non serve a un cazzo. È un lavoro molto duro: richiede cultura generale, buon gusto, capacità tecniche ed è dura perché porta ad avere una certa professionalità che in Italia non è riconosciuta e non da’ merito. Non sarà né artista né fumettista ma una figura secondaria. Poi ovviamente dovrà valutare lui nel tempo se il prezzo da pagare è troppo alto».

Quali artisti delle tue zone ti senti in dovere di consigliarci?

«Beh, Alessandro Canu: grandissimo amico e una persona di grande talento anche se troppo introverso secondo me. Nicola Bergamaschi, in arte Cas: il suo stile mi piace, è molto bravo. Poi ci sono James Kalinda, P-54, Alessia Leporati e Marco Rossetti».

Nuovi progetti per il futuro?

«Studio Brado. Il nome è un chiaro riferimento allo stato brado, al di fuori della società e di qualsiasi contesto. Come Vendetta (lo studio precedente che gestiva con Luca Nobili, in arte Mylo, ndr) è un metodo, una filosofia oltre i canoni dello studio. Poi ho diverse attività in programma con il Collettivo Garagistico e una nuova fanzine nel cassetto: si chiamerà Jolly Beans, come le palline di anfetamina, uscirà in aprile e sarà una scatola di fagioli piena di piccoli fagioli».

studiobrado.it

notawonderboy.com

 jacklarana04

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