Alessandro Canu

di Dorothea Burato

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“Hide and Seek” di Alessandro Canu

Alessandro Canu non è un artista né un musicista, men che meno un attore. Fa solo cose che si sente di fare. Ed è piuttosto fissato con Carmelo Bene. Lo abbiamo incontrato un giovedì mattina all’Ostemagno di Parma, ne è uscita un’intervista decisamente lunga ma molto intensa con un Canu super entusiasta.

Chi sei?

Sono Alessandro Canu, faccio tutto. Tutto ciò di cui sento la necessità fisiologica di fare, compreso disegnare.

Ma ora ti fai chiamare Canù?

Ho cambiato diecimila firme quindi ti posso dire che non è vero. Però una volta sì. Una volta ho detto: «ci metto l’accento, è più interessante» poi alla fine ho detto: «no, è una cazzata» e ho smesso. Mi chiamavano Canù alle elementari o peggio, mi chiamavano Culo, pensa…

Conosco la tua passione per il teatro e mi è capitato di vedere Bene! È morto Verdi

Mi dispiace moltissimo! Ho un grande problema di immedesimazione quando vedo dei grandi artisti e se mi immedesimo troppo perdo di coscienza e inizio a diventare come loro e diventa poi difficile uscirne. In quel caso si trattava di Carmelo Bene.
Se un’opera è talmente forte — e per opera intendo un’opera d’arte e lo stesso artista — mi immedesimo a tal punto e senza rendermene conto mi ritrovo a guardare e leggere tutto il materiale a riguardo e inizio a parlare come quella persona.
Non bisogna fare delle opere d’arte, bisogna essere delle opere d’arte. Ho appena citato Carmelo Bene. Dovrei smetterla, altrimenti ci ricado.

Il testo lo hai scritto tu?

Sì, dopo un attacco di panico! In realtà al posto della parola Verdi c’era il mio nome, Canu, poi io e Stefano Grilli (il regista, ndr) ci siamo detti: «Ma perché non lo sostituiamo con Verdi, la giriamo in un teatro e facciamo questa cavolata?». E l’abbiamo fatta.

Hai mai studiato teatro?

No, ma ci ho sempre vissuto. Ci sono cresciuto e lo conosco come le mie tasche. Conosco buona parte dell’ambiente teatrale italiano perché mio padre è stato ed è tuttora uno dei maggiori esponenti nell’ambito della direzione tecnica e artistica dei teatri lirici, invece mia madre aveva militato nei teatri di prosa, sempre come aiuto regista però, mai come attrice. Quindi sono cresciuto lì in mezzo. Non ho mai fatto un corso di teatro; secondo me chiunque voglia fare del teatro non dovrebbe seguire un corso. A meno che non voglia abbandonarlo subito dopo, allora ci sta. E purtroppo anche qui ho citato Carmelo Bene!

E l’opera? Non ti andrebbe di fare il tenore?

Il teatro lirico mi piace contemplarlo, non mi piacerebbe farlo. Troppo sfarzoso. La cosa che mi piace di più in un teatro è il lampadario. In realtà secondo me la cosa più bella del teatro è il luogo stesso: il retro, le sale dei macchinisti, gli attrezzisti, la luce, la penombra, le scale. Al Teatro Regio sono sempre stato dietro e non c’è posto che mi sia più di casa.

Durante il Carichi! Ho comprato il primo numero di Jolly Beans al banchetto di Studio Brado senza sapere che il poster è un tuo disegno.

Eh sì, l’ho fatto in due giorni perché quel bastardo (Jack Larana, ndr) era in ritardo con la stampa! Però è carino, volevo fare un Magritte. C’è una faccia nascosta, lo sai? Quando vedo queste cose, perché anche sui muri vedo delle facce, credo di essere abbastanza matto.

Tu suoni anche in una band chiamata I DINOSAURI, parliamo un po’ di questo progetto.

Fortunatamente il concetto prodotto con I DINOSAURI è arrivato a qualcuno. Ho suonato per dieci anni e non ho mai avuto qualcuno che godesse di quello che producevo.
Volevamo essere in due e non volevamo avere nessun altro, un bassista, un cantante, un gruppo formale.
Abbiamo due caratteri che non vanno d’accordo ma ci siamo detti che entrambi avremmo dovuto fare ciò che volevamo. È stato un discorso di contraddizione: se tu progetti a tavolino per ottenere un risultato è certo che non lo otterrai, ma se ti scontri il risultato sarà più puro di qualcosa di decretato. Se un pezzo andava bene solo a uno dei due lo facevamo ugualmente perché apportava personalità ed etica al nostro progetto. Questo è stato il prodotto di un concetto.
Però non mi definisco un musicista, non ho bisogno di suonare tutti i giorni.

I Dinosauri, foto di Francesco Buia

I Dinosauri, foto di Francesco Buia

In L A B R U T T A V I T A, il video dell’ultimo album, sei il protagonista…

Sì. Il regista è sempre Stefano Grilli, il più grande artista che io abbia conosciuto e con il quale ho collaborato parecchio.
L’ho incontrato proprio per parlare di quel video: lui voleva farcene uno ma non ci conoscevamo e così ci siamo trovati a parlare, ci ha spiegato la sua storia, ha ascoltato il disco e le nostre prove, ha scritto una storia e ha chiesto a me di fare l’attore.
Il trattamento c’era: la storia dei bigliettini, di questo bisogno smodato di essere sempre destinati a fare delle cose che comunque sono già inscritte ma che alla fine ti portano inconsciamente a compiere delle azioni volute dalla società facendoti pensare provengano dal tuo libero pensiero.Da lì è spuntata la passione comune per Carmelo Bene, del trovare il fine nella fine.
Il trattamento lo aveva scritto lui, la sceneggiatura invece è stata improvvisata, così come i caratteri, le riprese e alcuni luoghi. È stato divertente perché aveva una matrice neorealista. Io ho sempre avuto molta fiducia nella gente, lui purtroppo era un po’ titubante ― «Non puoi andare a girare lì, devi chiedere i permessi!» diceva. Così  siamo entrati in una chiesa dove c’era solo il vecchio sagrestano a cui abbiamo chiesto il permesso di girare lì la scena. Ottenuto il permesso abbiamo ripreso e chiesto se potevamo andare dietro l’abside; poi è entrato con la scopa per spazzare a terra e così gli abbiamo chiesto se potesse accarezzarmi la testa. Quella scena è stata fatta in un ciak. Perfetto.
Da quel momento abbiamo iniziato a pensare che pagare degli attori era fondamentalmente una stronzata ed era molto più interessante lavorare con della gente normale che non sapeva quello che stava facendo.
Ne Il Principe abbiamo preso della gente a caso, buona parte dei pazzi o delle figure note di Parma a cui dicevamo solo di venire in teatro. Li vestivo e li truccavo io, li mettevo in mezzo alla sala e poi gli facevo ripetere le battute con me, quando non riuscivano gli dicevo di contare, come faceva Fellini. La paga era una bottiglia di lambrusco, ed erano contenti da matti! È stato divertente.

Sono invidiosa del tatuaggio di De Chirico che hai sul braccio. Perché hai scelto proprio lui?

Perché è il primo pittore che ho visto nella mia vita. Mi è caduto addosso un suo catalogo quando avevo sei anni: stavo cazzeggiando nella libreria di mio padre, l’ho toccata e mi è cascato questo catalogo pesantissimo proprio in testa! Poi dopo si è aperto a terra e c’era questo autoritratto di De Chirico e da lì mi è venuta voglia di farmi un autoritratto nella stessa maniera e così ho iniziato a disegnare tutti i giorni.
Incredibilmente De Chirico è quello che mi ha cambiato la vita, anche se avrei preferito fossero Picasso o Bacon, ma quelli li ho conosciuti dopo. Picasso non è così grande per la pittura, più che altro per il gesto: come si fa a non essere romantici quando a diciannove anni riesci a distruggere ogni speranza degli ultimi impressionisti? Se a quell’età riesci a distruggere un mondo e ad aprirne un altro vuol dire che hai anticipato tutto il Novecento e hai chiuso gli ultimi 1800 anni: sei l’uomo da battere!

Cos’è l’artista?

Ci sono un milione di artisti, ma di valoroso ce n’è uno ogni secolo e scovarlo è sempre più difficile quando tutti vogliono essere artisti.
Ora tutti vogliono essere artisti e musicisti perché hanno un’idea sbagliata di cosa significa fisicamente. Non sto parlando di divismo, non è un mestiere, può diventarlo ma non lo è. L’arte è una malattia insita esattamente come lo è la vita stessa.
Non penso di poter chiamare artista quelle persone che non necessitano fisicamente di liberarsi attraverso un determinato gesto di quello che è dentro di loro, ma non come veicolo, cioè come quando uno è in ansia e allora la mette su disegno così se ne libera. Non è così, questo è quello che vedono gli altri.
La verità è che se uno non ha bisogno di farla ogni giorno non sa di cosa sta parlando. Esattamente come l’ansia o una malattia, tu non puoi esimerti dal farlo. Se non è così allora è uno sfizio, un capriccio.
A me piace disegnare, ma è una sofferenza, non posso farne a meno, passare più di un giorno senza mi fa sbiellare. Aver bisogno di disegnare non significa però prendere un pezzo di carta e fare uno schizzo di una cosa a caso come fosse un palliativo.
Uno deve averne un bisogno fisiologico e riconoscerlo come apparato, prolungamento della propria anima, una cosa di cui non può farne a meno, non come la respirazione ma come la propria esternazione fisiologica quotidiana: la defecazione, è una pulsione di vita ma anche di morte.
I veri artisti sono condannati, non possono scegliere, non è un dono ma una maledizione la loro. Vorresti fare dell’altro ma non ne puoi fare a meno. Mi piacerebbe stare tranquillo e non dover disegnare delle nature morte con teschi ogni giorno della mia vita, magari sarei più contento.
Potrei non vendere mai abbastanza disegni da farne un mestiere ma sono sicuro che disegnerò fino al giorno in cui morirò.

La reputi un’ossessione?

No, perché l’ossessione può essere indotta invece quella dell’artista è una cosa davvero sanguigna.
Da piccolo mi capitava di disegnare con la penna tre block notes pieni senza fare disegni bellissimi come fanno tanti artisti bravissimi. Io volevo fare un’unica cosa e giravo le pagine finché non la facevo bene dall’inizio alla fine senza errori. Disegnavo per delle ore tutti i giorni: questo è il motivo per cui utilizzo la china e non la matita, e meno male che non ci sono solo Bic, altrimenti mi sarei annoiato!
È difficile spiegare alla gente che l’arte è proprio un morbo. In Italia purtroppo abbiamo mille sinonimi ma non li usiamo bene: fare arte è una via di mezzo tra la concezione di destrudo, la pulsione di morte, e quella di libido che porta all’orgasmo. Sei cosciente che quello che stai facendo ti piace e ti distrae dalla meccanica moderna ma è come se fosse un tic nervoso che ti porti dietro da quando sei nato.
Io non mi considero né voglio essere considerato un artista. Io faccio quello che ho sempre fatto fin da piccolo. Ho questo problema ma fortunatamente quando guardo i prodotti di questa malattia, come se guardassi i prodotti della mia defecazione, provo un certo tipo di orgoglio che svanisce dopo dieci secondi perché ho già bisogno di fare dell’altro.

Quindi non sei né un musicista né un artista. Non sei niente?

Vorrei solo ci fosse un papa che mi pagasse per essere me stesso, a quel punto avrei svoltato, potrei disegnare tutto il giorno nel lusso sfrenato delle camere papali, vestirmi con delle palandrane ed essere salutato come maestro.

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“Demetrio Stratos” di Alessandro Canu

Ma è vero che a Parma c’è un muro dipinto da te?

Purtroppo sì: io so lavorare solo sulla carta e invece gli artisti che han lavorato con me in quell’occasione sono molto più bravi! Ho lavorato tre volte in vita mia su un muro e i risultati non sono mai stati efficaci anche perché c’è da farlo alla svelta e su una superficie che io non posso indagare. Mi piace di più la carta, mi fa sentire a mio agio.
Gli altri però erano bravissimi: Mha, Grozni, P-54, i ragazzi di Dildo Society, Chomp.
Era stato un bel progettino, purtroppo è successa una cosa brutta mentre stavo lavorando e a un certo punto sono impazzito, non volevo più finirlo. Avrei voluto concluderlo con le mie tempistiche, volevo tagliargli la testa, fare degli altri personaggi, architetture fatte in un certo modo, volevo fosse uguale al bozzetto su carta che mi piaceva così tanto. Avrei dovuto ingegnarmi, usare un proiettore e degli allievi: lavorare da solo non è lo stesso che lavorare in tre o quattro, in bianco e nero poi non si sbaglia, li avrei beccati subito. I colori sono una brutta storia.

Non userai mai i colori?

Per me è meglio non usarli. Bisogna avere rispetto del materiale e io penso non basti una vita per indagare il disegno, figurati se devo approcciarmi anche alla pittura. Sono riuscito talvolta a usare il rosso ma non l’ho usato nel modo giusto e me ne sono pentito.
Bisogna aver rispetto per quello che si fa: se faccio un disegno perfetto e poi alla fine ne sbaglio un pezzo io lo brucio perché non ha più senso. Se c’è uno uno sbaglio lo distruggo, fa troppo male: ho perso tanto tempo a fare una cosa per poi sapere che era destinata a essere sbagliata.

Dimmi una manciata di persone della tua zona che meritano di essere conosciute.

Jack Larana, il migliore artista della pop art italiana del nuovo millennio, solo che non sa ancora di esserlo (perché anche lui ha problemi ad ammetterlo);
James Kalinda, per quanto mi riguarda pittore oscuro dell’immaginazione per eccellenza;
Andrea Tinelli, musicista virtuoso e compositore più talentuoso che abbia mai conosciuto;
P-54, persona e pittore grandioso;
Mah, pittore più felice che conosca e spero rimanga sempre tale;
Massimo Blu, disegnatore molto in gamba che spero trovi la sua strada;
Francesco Barilli, pittore e regista più noto che ci sia a Parma (ha realizzato uno dei disegni più belli che abbia mai visto);
Stefano Grilli, ultimo vero grande artista e bohémien di Parma;
Gianni da Parma, una delle persone che mi ha più ispirato e che viene qui a bere ogni notte;
Isaia Corna, lo conosco dai tempi del Toschi, siamo cresciuti insieme;
Rebecca Bini, grande talento inespresso che prima o poi esploderà;
Mastro Grozni, grande artigiano;
Adriano, il mio barbiere che ha un occhio devastato ed esegue i tagli a memoria;
Angelo Canu, mio padre, che dipinge molto male, e questo è molto importante;
Francesco Goggioli, il migliore aiutante che abbia mai incontrato, mi ha aiutato in cento cose e sempre gratuitamente e anzi, rimettendoci.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Vorrei organizzare una mostra chiamata Berlino. Non so perché.

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2 thoughts on “Alessandro Canu

  1. signoralpo ha detto:

    Brava Tea professione reporter. E brava Chiara, ovviamente. Intervista interessante.

  2. allup0allup0 ha detto:

    D’accordo con il signor Ponz quassù. Questo blog funziona, guai a chi lo tocca.

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